LIZZANO: Cronaca di un incontro speciale

Questa è la storia del Capriolo curioso, che ogni pomeriggio si mette ad ammirare gli umani all’incrocio di via Cà Corrieri.

0
753

Il Capriolo di Cà Corrieri.

Articolo e foto di Enrico Pasini

Era nato una notte di inizio Giugno, una notte piovosa come non si sarebbe vista per molti anni di quel periodo. Una notte che nascondeva una nuova giornata, calda, al limite del sopportabile per tutti, tranne per lui, che nascosto nell’erba alta nei boschi sotto il Serretto, aveva visto il primo raggio di sole della sua vita e il primo dell’Estate.

Era appena sorto il suo sole, ed era caldo, ed era luminoso, e quel sole rendeva quell’erba sempre più verde, sempre più bella e sempre più profumata.

Accanto alla sua lettiera tra querce e castagni vedeva spuntare all’improvviso dalla terra strane protuberanze di varie forme e varie colori. Scoprì che si chiamavano funghi. Gli piaceva molto vederli spuntare in piedi dalla terra, ma non capiva perché poi se ne stavano fermi immobili fino a seccarsi o farsi mangiare da vermi e viscide lumache.

Chiese il motivo ad uno di loro, era strano con il corpo panciuto e bianco e un cappello gigante marrone e dall’odore squisito. Il fungo gli disse che quella era la loro vita. Venivano su dopo aver bevuto tanta acqua, erano capaci di nascondersi nei posti più incredibili ma da lì non potevano più muoversi, almeno finché qualcuno non li raccogliesse. Gli disse di stare attento però, perché non tutti erano buoni e gentili come lui, alcuni seppur belli, erano dispettosi e arroganti e qualcuno era capace di trasformarsi in assassino.

Il Capriolo si prese paura, ma la curiosità di voler vedere questi posti incredibili dove i funghi crescevano, vinse la paura.

Un giorno decise che era ora di fare il fungo, si alzò sulle 4 zampette, piantò bene gli zoccoletti nell’erba e cominciò a guardare il mondo al di fuori da essa. Vide pini altissimi, rocce imponenti, la maestosità de La Riva e la montagna che saliva sempre più verso il cielo sopra La Cà.

Fece qualche passo evitando il suo amico fungo ormai molto magro e scavato ma con il sorriso sempre sul cappello.

Fece qualche passo ancora e senza neanche accorgersene cominciò a correre. Si buttò in discesa, entrò nel bosco di querce, lo attraversò e finì nella pineta. Pestò tutti i rami rotti per terra creando un crepitio che fece sembrare che il bosco si stesse crepando in mille frammenti.

Due picchi smisero di picchiettare il loro nido e volarono verso i più tranquilli castagni delle Borelle, mentre una vipera, che dormiva beata sul tronco tagliato di un pino, inalando i preziosi effluvi della dorata resina sbollentata al sole, si ridestò e con tutta calma si nascose in una cavità del terreno scavata da una talpa.

Svoltò bruscamente poco prima di una radura e cominciò a risalire lungo un vecchio sentiero ormai ricoperto dai rovi. Le spine gli segnavano la pelle ma quasi lui non se ne accorgeva; decise comunque che quel sentiero non l’avrebbe più ripreso.

Arrivò in un prato dove vecchie arnie ormai abbandonate giacevano in rovina, rientrò di nuovo nel querceto e prese il sentiero che sua madre batteva tutti i giorni per portargli da mangiare.

Ritornò alla lettiera, guardò il fungo e disse che non poteva immaginare cosa si stava perdendo. Il fungo gli sorrise e gli disse: “Buona Vita amico mio”.

Il capriolo felice ed esaltato riprese a correre, senza sapere dove andare, lui voleva solo correre.

Arrivò lungo il fitto bosco fin sotto le case del Serretto e poi riscese volando in mezzo al campo con grandi falcate. Attraversò un piccolo boschetto incolto e si ritrovò sotto Cà Mattiozzi, nella vecchia strada che una volta conduceva al Serretto e poi a Farnè e che ora moriva poco prima della sua lettiera.

Con pochi balzi entrò in un campo abitato da due cavalli che erano intenti a mangiare biada. Si fermò ad osservarli, li salutò, ma questi non lo considerarono. Si avvicinò al loro abbeveratoio ma uno dei due si spostò bruscamente nitrendo in modo tanto chiaro, quanto cattivo.

Il Capriolo scappò impaurito usci dal campo rientrò nel bosco e si fermo poco più sotto dove un rivolo d’acqua usciva dal terreno e scivolava lungo il bosco verso Farnè.

Era l’acqua di una vecchia fonte che a Cà Corrieri avevano usato per secoli, per bere e per lavare, ma che gli uomini con i loro continui lavori avevano inquinato e poi chiuso. Quella fonte c’era ancora, l’aveva sentita scorrere poco sopra dove stavano i cavalli a pascolare. Era tombata da 4 pareti di cemento che la chiudevano dal mondo.

Gli piaceva molto quel pezzo di bosco, c’era tutto per lui, oltre l’acqua c’erano vecchi castagni abbandonati ma ancora fruttuosi, dai grandi tronchi aperti dagli anni vissuti e c’erano anche alberi più giovani dalla corteggia morbida e succosa.

Aveva lo spazio per riposarsi e lo spazio per correre a perdifiato, su e giù da Lagoburo, dietro l’abitato tra salti e pareti da scalare.

Poi c’era il suo luogo preferito, dove poteva brucare tranquillamente e di tanto in tanto sedersi per ammirare La Riva ed immaginare quanto potesse essere bello arrampicarsi fin lassù.

Era un prato affianco alla vecchia strada dai grossi ciottoli. Quella che qualcuno chiamava Romana mentre altri chiamavano di Napoleone. Portava dalle Borelle a Farnè, ma lui non la faceva mai.

Un giorno mentre la percorreva sentì un rumore alle spalle, si voltò e si ritrovò un umano che cavalcava uno strano mezzo a due ruote. L’umano nel vederlo strinse le mani su delle leve che aveva attaccate all’asta su cui si reggeva. In quel momento da dei dischi metallici presenti a fianco delle due grandi ruote su cui era posto il mezzo uscì uno stridio fastidiosissimo che fece male alle orecchie del Capriolo. Preso dal terrore il Capriolo si addentrò nella selva e cominciò a risalire senza voltarsi mai indietro. Arrivò fino alle recinzioni del campetto da calcio di Cà Mattiozzi e lì si fermò, nascondendosi nell’erba alta del campo vicino.

Ci volle un po’ per riprendersi dallo spavento, quando si riprese decise di esplorare quel pezzo di terra che da CàMattiozzi saliva a LaCà.

Arrivò quasi fino in paese, il quale era più vivo del solito in quel periodo dell’anno. Nascosto dietro un castagno si mise ad ascoltare il vociare degli umani.

Sentiva ragazzi parlare, ridere e brindare alla Dispensa, mentre dall’altro lato della strada, due anziane signore, recitavano il rosario nella piccola chiesetta e ancora più su, in un grande palazzetto, bambini correvano con strane ruote attaccate ai piedi.

Non gli dispiacevano questi umani, si alzò e cominciò a scendere correndo.

Saltò la recinzione della casa all’inizio della scorciatoia che da Mattiozzi porta a LaCà, quando si trovò davanti un bimbo che portava al guinzaglio una ben robusta volpina. La volpina gli corse subito dietro, il bimbo provò a tenerla ma cominciò a volare, attaccato al guinzaglio, come un aquilone.

Il Capriolo prese un po’ di margine lungo il campo che costeggiava il campetto e si voltò guardando la volpina ridere e scalpitare, tenuta ora da un umano adulto il quale, appena in tempo, aveva afferrato e riportato a terra il bimbo-aquilone.

Il Capriolo rise, sarebbe stato molto bello correre e giocare con quella volpina, gli sembrava simpatica e gentile, diversa dalle volpi che abitavano i boschi vicini a lui, tutte altezzose e snob. Ma la presenza dell’umano adulto non lo convinceva e allora, facendo occhiolino alla volpina, ricominciò a correre verso i suoi boschi.

Quanto lo incuriosivano quegli umani e quanto gli piaceva nascondersi nei loro pressi, ascoltarli, vederli senza essere visto.

Costeggiando Cà Corrieri e attraversando un’addormentata Cà Mattiozzi, una notte andò ad esplorare i campi che costeggiavano l’asfalto che portava ai due borghi. Erano bei campi anche se bruciati dal sole, erano grandi e in cima separati dal paese da un bel boschetto, fitto fitto e non frequentato.

Il pomeriggio successivo decise di tornare in quel luogo e poco dopo il momento in cui il sole comincia a scendere, quando gli umani erano intenti a banchettare, rifece la strada della notte e si nascose nel boschetto sopra i campi. Rimase lì ad osservare il via vai degli umani dalla strada, poi ad un certo punto, richiamato da strani rumori che provenivano dalla sua pancia, uscì sul campo più a valle e cominciò a brucare nell’erba. Si accorse che un paio di umani, seduti a giocare a briscola, l’avevano notato, ma erano rimasti fermi sulle loro sedie e lui continuò a brucare.

Attraversò una fila di faggi che divideva il campo in due e brucò un po’ nell’erba più a monte. Rimaneva vicino al bosco e quando rischiava non superava mai la metà del campo.

Ogni pomeriggio alla stessa ora lui era lì, a mangiare erba ed osservare gli umani che lo osservavano.

Il Ferragosto aveva portato tanti umani ad abitare lassù, attratti dal fresco che la città non conosceva più, un fresco che però lui non sentiva, abituato ormai a quel caldo che gli stava seccando tutti i frutti e tutte le bacche.

Gli umani che lo guardavano mentre mangiava e che lui guardava mentre attraversava i campi, aumentavano giorno dopo giorno ma lui non si preoccupava più di tanto perché erano tutti gentili ed educati. Non uno che lo chiamasse o urlasse, addirittura una famiglia di una casa confinante con i campi alla sera gli lasciava sull’erba qualche avanzo di verdura, che lui si trangugiava golosamente.

Si guardavano a vicenda, ammirando quello che madre natura aveva creato.

Quando l’affluenza di umani era però troppo elevata, il Capriolo cominciava a preoccuparsi. Lo preoccupavano soprattutto quegli umani che in mano tenevano una strana macchina che poi appoggiavano al viso allungando un mirino. Aveva capito che non sparava ma non capiva a cosa serviva. Allora si rintanava nell’ombra del bosco facendo credere di essersene andato, ma in realtà rimaneva a guardare divertito il lento deflusso degli umani che entravano nelle loro tane.

Questa è la storia del Capriolo curioso, che ogni pomeriggio si mette ad ammirare gli umani all’incrocio di via Cà Corrieri.

E così farà finché sul proprio sentiero continuerà ad incontrare umani educati e rispettosi.

 

 

 

 

 

 

 

SHARE

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here