CICLISMO: Fabio Aru, “il cavaliere dei 4 mori”

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Fabio Aru e Andrea Cevenini

 

Ha un passato bolognese il bravo ciclista sardo che punta molto in alto in terra di Francia

di Enrico Pasini   –      Foto di Mirco  Cevenini

 

Sui Pirenei Francesi, destinazione Parigi, pedalava una maglia gialla che profumava di Mirto e che è passata anche da Casalecchio.

Partito tra i favoriti l’organizzazione francese, nelle slide alle spalle della caricatura di Fabio Aru, invece della bandiera tricolore aveva messo quella sarda. Un errore voluto o veniale non è dato saperlo, ma sicuramente non importante, perché tanto Fabio il tricolore lo veste tutti i giorni, dopo la fresca vittoria al campionato italiano e perché, soprannominato “Il cavaliere dei 4 mori”, esalta quel campanilismo che molti in Italia lo vedono come re di tutti i mali, ma che in realtà rende il nostro paese unico al mondo.

Il Tour de France è ancora lungo e le avversità al sardo di Villa Cidro per il momento non sono mancate, ha riconsegnato il primato in classifica a Froome, forse anche volutamente, ma vedere Fabio Aru in maglia gialla per qualche giorno e poter continuare a sognare di vederlo sul gradino più alto del podio a Parigi, è stato motivo di orgoglio per molti italiani, e per una famiglia bolognese in particolar modo.

Fabio Aru con Magni

 

LeMonde, uno dei più importanti quotidiani francesi, nei giorni scorsi ha attaccato Aru chiedendosi cosa può aver imparato in questi anni frequentando tecnici e dirigenti del ciclismo che nel passato hanno avuto, in prima persona o di striscio, problemi con il doping. Come se tutto il resto del gruppo fosse nato e cresciuto, ciclisticamente, con chi non era presente negli anni più bui del ciclismo mondiale e dimenticandosi che il Tour de France ha concesso 7 vittorie consecutive a chi si erigeva padrone assoluto della corsa francese, sapendo benissimo quali dottori frequentasse.

Ma LeMonde, nel suo superficiale articolo, non ha nominato la famiglia che ha portato Aru dalla Sardegna al Continente, facendolo correre le prime gare di ciclocross e portandolo a correre su strada, all’improvviso quando lo stesso Aru non voleva, nel bergamasco presentandolo a Locatelli che ne avrebbe poi fatto una giovane promessa del ciclismo italiano, ora decisamente sbocciata.

Si tratta della famiglia Cevenini, gioiellieri di Casalecchio, da una vita nel ciclismo, nel 69 Bruno e suo padre fondarono la plurivittoriosa Ceretolese.

Quando scrivo a Mirco, figlio più piccolo di Bruno, chiedendogli cosa provano a vedere Fabio in giallo, non passa molto che un fiume di emozioni mi giungono via Messanger.

Dopo un primo “Oggi faccio fatica a riorganizzare i pensieri”, nel giro di pochi minuti i ricordi dei momenti passati con questo ragazzino dall’accento spiccatamente Sardo, escono dalla testa di Mirco come popcorn in cottura.

Quasi incredulo Mirco ammette che forse l’unico che ci ha sempre creduto fin dal primo momento, è stato suo fratello Andrea, vera chioccia per Fabio Aru nelle prime pedalate nel continente.

Vederlo in giallo potrebbe già bastare, ma vederlo così lucido e tirato fa sognare. E nel vederlo così magro a Mirco viene in mente un aneddoto dei tempi in cui Fabio era solo un ragazzino che lasciava la sua terra per sognare un futuro in bicicletta.

Fabio Aru e Mirco Cevenini

 

Era una di quelle volte che Fabio arrivava in aeroporto il venerdì sera tardi, dormita a casa Cevenini, passaggio in negozio da Malini a prendere la bici e via verso la corsa del weekend. Stavano andando a correre a Molteno e Fabio doveva mangiare la pasta in viaggio. Come suo solito ne mangiò due forchettate ed era pieno e con accento sardo si voltò verso Mirco e disse “Nonnnevoglioopiùùù”.  Dopo due chilometri fece accostare Mirco perché diceva aveva la nausea. Non fece niente, ma lui era così.

Quando veniva a Bologna erano rare le volte che aveva il tempo di allenarsi, e quelle volte per paura di perdersi faceva solo una strada, saliva da MontePastore arrivava in cima e poi riscendeva dalla stessa strada.

C’era una persona in particolare insieme ai Cevenini che credeva in Fabio. Era il vecchio Magni, il massaggiatore della Ccv, la squadra che i Cevenini avevano fondato per far correre Fabio. Gli voleva un gran bene e per lui, Fabio, un campione lo era già.

E per Fabio, Magni è stato una figura importante nella sua crescita ciclistica. Quest’anno, su Facebook, ha condiviso il ricordo di Mirco nell’anniversario della morte del Massaggiatore, una foto che ritraeva Fabio sorridente che ascoltava Magni alla vigilia di una gara in Repubblica Ceca.

E nei momenti bui, quando la Sardegna sembrava lontana quanto l’Australia, quando dopo tutti i sacrifici le gambe non giravano come avrebbero dovuto, anche Primo e Livio Franchini sono stati fondamentali per Aru, sapendolo consigliare e spronandolo a superare quelle piccole ma durissime salite psicologiche.

Manca una settimana alla fine del Tour, Fabio è secondo a 19 secondi da Froome.

Non ha niente da perdere, non ha niente da dimostrare.

La sua nascita ciclistica e la sua crescita costante fino ad indossare quella maglia Gialla così ambita, è contornata da sacrifici e prove durissime, superate con decisione con l’aiuto e la fiducia di una famiglia che ha fatto del ciclismo la propria vita.

Spiegatelo a LeMonde.

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