APPENNINO – Due amori non segreti: la bici e la montagna

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Prosegue il “diario di bordo” del nostro collaboratore Enrico Pasini che ha l’hobby di percorrere sull’amata bicicletta le strade del nostro Appennino. Con l’immancabile macchina fotografica e la sua penna ci ha voluto raccontare storie ed emozioni.

 

Da La Ca’ a S.Pellegrino in  Alpe

articolo e foto di Enrico Pasini

 

Primo giorno in Montagna e primo giro in bicicletta.

Sveglia presto e sveglia presto in montagna vuol dire che il sole non è ancora sorto. Sveglia presto vuol dire caffè bollente e cereali mangiati in giardino aspettando quella palla rossa bollente uscire tra gli alberi e i monti e l’afa “smoggosa”, che caratterizza troppo questa estate 2017.

Salgo in sella che il sole è ancora basso nel cielo, l’aria è finalmente fresca e me la prendo tutta, mentre salgo a La Cà per fermarmi alla fontana, come da tradizione, a riempire le borracce.

La tradizione non prevede che di due ne vada una sola, ma la siccità di questo 2017 che non vede pioggia vera da mesi, ma quassù sola la poca, ma per fortuna presente, neve, porta a questa triste scelta.

Scendere verso Fanano è difficoltoso, per il sole in faccia fino alla Masera e per il freddo pungente fino all’inizio della salita. Punge ma non fa male e mi faccio pungere volentieri anche perché appena inizio la salita ho già caldo.

A Poggioraso mi aspetta Loris, che già qualche ripetuta l’aveva fatta. Dovevamo essere in tre ma qualcuno ha preferito “Stravare”.

Riempiamo la borraccia e cominciamo a salire. Sestola arriva subito, si scende a Monte Creto e si risale a Pievepelago. Usciamo dal paese e svoltiamo subito a destra verso Passo delle Radici.

L’ho già fatta un paio di volte in discesa, Loris invece non l’ha mai fatta. Le indicazioni parlano chiaro, quindici chilometri alla vetta, ma Loris si fida di quello che ha capito da Claudio, tre chilometri forse qualcosina in più.

Superiamo Sant’Anna Pelago, l’andatura è moderata ma comunque allegra, Loris si volta e mi dice, ormai è finita. Quando si rende conto, poco dopo, che mancano sette chilometri, mi fa strada. Salgo del mio passo senza accelerare e al primo falso piano lo aspetto, sapendo che presto arriverà. Così è, saliamo insieme quando ai meno due la strada si impenna cattiva. Me la ricordavo così regolare fatta in discesa che, seppur bellissima, scoprirla così discontinua, un po’ mi rimane indigesta

Arriviamo in cima distanziati di qualche centinaia di metri. Riempiamo la borraccia e decidiamo di salire fino San Pellegrino in Alpe per prendere un caffè. Stessa per due ragazzi toscani con le rispettive morose, parliamo un po’ e ci salutiamo.

Loro salgono verso il Passo delle Radici, Loris invece propone di scendere verso Castelnuovo Garfagnana qualche chilometro e risalire giusto per fare il pezzo duro.

Scendiamo cinque chilometri quando mi chiede cosa fare. L’idea di girare la bici e fare solo un pezzo di salita non mi esalta, anche se mi esalta meno farla tutta. Eppure la mia testa bacata da ciclista si fa scappare che ormai che siamo lì si potrebbe fare tutta. E scendiamo fino in fondo.

Attraversiamo l’incrocio con la strada che riporta al Passo delle Radici da Castiglione Garfagnana e riprendiamo subito la salita fatta in discesa, il San Pellegrino in Alpe.

È la terza volta che la faccio le altre due sono venuto sempre dai Bagni di Lucca, dopo Porretta, Oppio e San Marcello Pistoiese, ed entrambe le volte era stato un supplizio. Gran parte della colpa, probabilmente, fu di chi me la spiegò, che rimane anonimo perché ho cancellato chi sia.

Disse che i primi dieci chilometri sono pedalabili mentre i restanti tre al diciotto per cento, un coltello nelle gambe.

La realtà fu, ed è, ben diversa, perché di pedalabile c’è ben poco.

C’è una strada che si inerpica tra castagni e faggi, Porcini e galletti, (quando piove), e raramente scende sotto al dieci per cento fino ai meno tre km, quando da lì, sempre raramente, scende sotto il diciotto per cento e forse anche qualcosina di più.

Loris a metà chiede acqua gli e ne passo un po’ ma ha bisogno di una fontana, si ferma ad una casa mentre io continuo a pedalare.

Gli ultimi tre km sono veramente infiniti, in discesa avevo le vertigini, in salita tanto la strada sale invece ho qualche problema di equilibrio. Loris arriva qualche minuto dopo di me, non mi rivolge buone parole ma alla fine davanti alla fontana mi confida di essere contento di averla fatta tutta.

Una salita così è difficile, se non impossibile, interpretare, anche per lui, bolzanino di nascita.

Il San Pellegrino non è una salita, è un’esperienza che va vissuta, forse anche più volte, come ho fatto io, per capirla davvero e viverla appieno.

Arrivati in cima è tempo di tornare indietro, la discesa del Passo delle Radici è lunga, tecnica e abbastanza rovinata e faccio quasi più fatica che in discesa. A Pievepelago ci fermiamo per mangiare qualcosa ed è strano come sull’Appennino Modenese, invece che una buona tigella, mangiamo una delle più buone Piadine mai assaggiate finora. Un po’ come andare in Marocco e mangiare una favolosa pasta al ragù.

La piada è anche miracolosa e Loris verso Monte Creto ristabilisce le gerarchie. Parte ai venticinque allora subito dopo il bivio e rallenta solo quando voltandosi mi vede in difficoltà. Poi riaccelera. Accelera, si volta, mi vede ancora lì e accelera, si volta mi vede in difficoltà, rallenta e mi incita. Quattro chilometri così, che mi fanno buttare dentro alla fontana appena arriviamo in centro.

Promettiamo di rallentare fino a Sestola ma naturalmente non è così. Arriviamo a Sestola abbastanza provati, Loris è arrivato, per me discesa fino al Dardagna, poi Masera e risalita fino a LaCà. Ci salutiamo e mi involo verso Fanano.

Sono le 14 quando attraverso il Dardagna e comincio a salire verso la Masera. Il vento fresco di qualche chilometro prima è sostituito da una corrente calda che ti sbatte in faccia, scaldando tutto quello che incontra. Il Garmin dice trentacinque gradi e li sento tutti. A Rocca Corneta per fortuna la fontana è aperta e mi faccio un altro bagno. Alla Masera sono già asciutto e le borracce già bollenti. Decido allora di prendere un po’ di fresco, andando tra i boschi di Farnè, nonostante la salita sia più dura rispetto a quella per Vidiciatico.

Ma ormai dopo il San Pellegrino in Alpe tutto il resto sembra quasi pianura, anche dopo 160 km e quasi 4000 di dislivello.

Un’altra grande giornata sui pedali partendo dai miei monti, pedalando attorno a loro ma tornando sempre da loro!

 

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