Foto indioclub

6 agosto 2020, ore 22:26.
“Con la consapevolezza di non riuscire ad offrire uno spettacolo all’altezza del solito, siamo costretti a rimandare il divertimento sul monte al 2021.
Ci abbiamo provato con tutte le nostre forze.
Ci abbiamo messo tutta la voglia e l’impegno possibile.
Abbiamo messo in campo tutte le nostre risorse.
Non è bastato.
Credeteci.”

Con queste parole, riportate testualmente dall’ultimo post sui social di uno dei più popolari
locali dell’Appennino, si chiude definitivamente l’estate 2020.
Già, si può davvero pensare di chiudere baracca e burattini perché, con la curva dei contagi
che risale e la diffusione del virus che procede sempre più a macchia d’olio, sperare di
riavere indietro concerti, nottate in discoteca, sagre e feste sarebbe come illudersi di poter
avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Ci si è messa la politica, con ipotesi quantomeno bizzarre e improbabili sulla gestione degli
eventi di folla; ci hanno provato perfino i gestori dei club, cercando di far andare d’accordo le misure anti-contagio e il divertimento, come si fa con due pezzetti di un puzzle che non
combaciano neanche di forza, ma alla fine il principio di non contraddizione ha prevalso sui
sentimenti del cuore: ci sono situazioni che non possono avere luogo in tempi di pandemia.
Non c’è punto di vista da cui queste “mancanze” per noi ragazzi siano anche solo
lontanamente paragonabili allo strazio subìto da chi ha perso un famigliare o addirittura il
lavoro per il Covid, eppure ogni volta che accade un evento traumatico che cambia le vite di tutti ciascuno ammortizza l’impatto a modo suo e non si può trascurare il segno che una
pandemia lascia in ognuno di noi.

Ti dicono che la gioventù è un fiore da apprezzare finché non appassisce: il coronavirus sta
“bruciando” questa nostra rosa in boccio e con essa la nostra gioventù. Non bastava
perdere gli ultimi giorni di scuola, le emozioni dell’ultimo anno e di un Esame di Stato degno di essere chiamato tale; mancava giusto l’accidia che attualmente pervade le giornate, tra chi si gira i pollici sui gradini delle chiese e chi si fa divorare dall’ansia di un nuovo Lockdown.

La gioventù sta bruciando. Le nostre speranze per il futuro, in partenza scoraggianti, stanno diventando una resa, una ritirata dal campo di battaglia.
Era tutto più bello quando vedevamo appesi alle vetrine gli arcobaleni con il motto
#andràtuttobene; adesso si vede qualche “affittasi” o “cedesi attività”.
Per il resto vetrine vuote e ingressi contingentati.

Bisognerà imparare l’arte della pazienza, santa non per nome ma di fatto. Resistere è l’unica via; occorre cercare di stringere i denti e aspettare che passi la tormenta.
Quando penso a tutto quello che è successo nella prima metà di questo anno bisesto (e
indubbiamente funesto) e a tutto quello che ancora accadrà, non posso fare a meno di
credere che la sopportazione sia una dote rara.

Poi penso a una citazione di Abraham Lincoln e tutto diventa più chiaro: “Se avessi 8 ore per tagliare un albero, ne spenderei 6 ad affilare la mia ascia”.

Sonia Agnesi

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