Bologna e i suoi cambiamenti: dal canale Reno alla mostra Antropocene

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Testo e foto di Enrico Pasini

 

Camminavamo per Bologna nelle sette di un sabato mattina di ottobre che di autunno aveva ben poco.

I Viali erano ancora sgombri dal frenetico traffico e il sole che filtrava tra i palazzi invitava a togliere le felpe. L’ombra, al contempo, ricordava che l’estate era già partita da un po’.

Il Madison di Piazza Azzarita, chiuso e senza luci, appariva come una chiesa sconsacrata e abbandonata, con i canestri, appoggiati alle porte d’uscita, come giganti a proteggerlo ugualmente.

Via San Felice era deserta, un paio di bar aperti, il forno e pochissimi svegli a camminare sotto i portici.

Lungo via Ugo Bassi si vedeva solo l’Asinelli svettare come prolungamento della strada verso il cielo.

Un caffè e una pasta in Indipendenza e un tuffo dentro la Piazzola che piano piano cominciava a brulicare di gente in cerca di una felpa, un pantalone, o una scarpa. Decine di banchi, molti simili tra loro, nell’omogeneità di questo mondo dove la fantasia fatica a evadere in ogni settore.

La bellezza della città alle sette del mattino aveva lasciato il posto al turbine di persone che affollavano le vie rosse della dotta e della grassa Bologna.

Davanti San Pietro un gruppo di studenti spagnoli ascoltavano più o meno, più meno che più, interessati il loro professore, distratti dall’andirivieni di universitarie  libere di essere spensierate fuori dalla settimana.

 

Vuota o deserta Bologna rimane bellissima, ma al ritorno verso i viali la frenesia della folla esaltava maggiormente la bellezza del mattino presto, con i riflessi del sole basso che rendevano ancor più rossi i palazzi storici e quel silenzio inusuale che le città difficilmente riescono a regalare.

Ma Bologna può anche questo e può essere bella, affascinante e romantica anche camminando sotto le sue strade, lungo il letto del canale Reno svuotato per manutenzione e fatto visitare con la guida esperta e divertente dell’associazione Canali di Bologna, associazione che racchiude i consorzi che gestiscono il canale Reno e il canale Savena.

In un altro sabato atipico Autunnale un’esperienza immersiva in tutti i sensi.

Dopo una bella passeggiata lungo la bella e riqualificata Azzo Gardino, giungiamo alla centrale idroelettrica, ai bordi di via Marconi, per entrarci dentro, ammirarla e ascoltare la sua importanza, scendendo fin nel canale che dal 1200 porta l’acqua del Reno in centro a Bologna.

Camminare lungo questa opera idrica che ha fatto la storia e ha dato lavoro ai bolognesi per quasi un millennio è già di per sé emozionante. Solcare la porta che impedisce all’acqua di entrare nelle stanze della centrale ed entrare nel canale pensando che tutto l’anno quello spazio è attraversato completamente dall’acqua e che tutta quella forza riesce a dare, seppur poca, ma preziosa energia elettrica, ti fa capire la grande connessione che l’uomo riesce a creare con la natura.

Una connessione tanto forte quanto malata dal nostro immenso egoismo.

Tra una pozza e un accumulo di fanghiglia entriamo nel tratto storico del canale, camminando chinini in alcuni tratti e fermandoci soventi ad ascoltare le notizie storiche del canale e della città. Bologna rimbomba nel canale, gli autobus, le auto e i motorini che passano sopra tombini e grate sono come bombe dentro a questi cunicoli, ed a volte è anche divertente rimanere sotto una grata a guardare il traffico scorrere.

Vecchie volte in pietra appaiono tra il cementato, sono vecchi ponti che attraversavano il canale prima della sua tombatura, e una porta murata è la vecchia uscita di palazzo Gnudi, mentre un segnale che siamo nel futuro lo da il motore dell’aria condizionata del locale Millennium che nei lavori di ristrutturazione è riuscita a farsi dare il permesso per tenere una porta di vetro in vista sul canale.

Senza accorgercene percorriamo tutta via Riva Reno, attraversiamo via Indipendenza e arriviamo all’altezza di via Augusto Righi nel tratto di canale a cielo aperto, quasi sotto la finestrella di via Piella, che spesso si apre e si chiude con i turisti che ammirano il canale vuoto e noi con casco e luci accese dentro ad esso.

Siamo al Guazzatoio, un luogo che in pochi conoscono, una discesa in sassi che porta sul canale, chiamata così perché in quel punto scendevano i commercianti di bestiame a lavare le bestie prima di portarle in Piazzola per essere vendute.

L’escursione finisce qui e qui la guida, bravissimo e preparatissimo, di cui, scusandomi, non ricordo nome e cognome, salutando ci spiega come il mondo e Bologna, siano cambiati, culturalmente, solo negli ultimi decenni.

A metà degli anni 80, quando fu realizzata la centrale idroelettrica, lì al Guazzatoio, tra i palazzi che costeggiano il canale, vi abitava una coppia di signori anziani che ogni giorno, dopo mangiato, calavano le stoviglie nel canale e le lavavano nell’acqua corrente, e così avevano fatto per tutta la vita. Ai tempi le acque che riempivano il canale erano sia quelle del Reno, bianche, che quelle di fogna, nere, e fu solo in quegli anni che ci si preoccupò di separarle creando nuove fognature e pozzi neri. La coppia, che ai tempi era ormai ottantenne, visse ancora qualche anno, sembra in ottima salute.

I rifiuti raccolti in quegli anni furono a centinaia e tuttora, come purtroppo abbiamo notato anche noi, diversi sacchi del rusco continuano ad apparire. Che siano sacchi del rusco, o collezioni di Dvd Porno, ha poca importanza, nonostante il nuovo millennio le vecchie usanze come “Cazal in tal canel”, caccialo nel canale, non riescono a morire.

Culturalmente nei secoli queste erano le nostre usanze, ed estirparle rimane difficile, nonostante i passi da Giganti fatti dal dopoguerra ad oggi.

E la mostra presente al Must, Anthropocene, è più che esplicativa su quanto l’uomo stia modificando, e forse distruggendo, questo pianeta.

Anthropocene è la nuova era geologica che un gruppo di studiosi sta proponendo di rendere ufficiale nella scienza.

È l’epoca che a partire da metà novecento ha visto l’uomo come principale causa dei cambiamenti permanenti del pianeta terra.

È il primo sabato di novembre quando entriamo al Must, è il giorno dei morti e Bologna è avvolta da una nebbiolina sottile e bagnata da una pioggerellina delicata ma invadente.

Portiamo anche i bimbi, consci che per loro sarà un‘esperienza forse un poco pesante, ma speranzosi che qualcosa gli rimanga in testa per gli anni a venire. Rimangono subiti colpiti dall’imponenza dell’edificio del Must, in tutto il suo splendore e nella tecnologia che lo abita.

Tre fotografi hanno, e stanno, girando il mondo per portare agli occhi dell’umanità l’evidenza di questa nuova era geologica  di cui l’uomo è la sola causa.

Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier, hanno scattato fotografie emblematiche e girato un film molto chiaro su quello che l’uomo sta facendo al pianeta.

La mostra è composta da una quarantina di gigantografie e da un film di 90 minuti che viene proiettato al mattino e al pomeriggio nell’auditorium Must.

L’introduzione alla Mostra spiega molto bene come dal dopo guerra, ma già a partire dall’inizio del 900, la nostra presenza abbia condizionato il pianeta.

Siamo passati da essere trecento milioni di essere umani negli anni di Cristo, al primo miliardo degli inizi del 1800, agli oltre sette miliardi di questi inizi anni 2000. Un incremento impressionante, che questa terra, per colpa dei nostri capricci, non riesce a sostenere.

Parcheggio a Houston

 

Il parcheggio-cimitero di automobili ad Houston, creato dopo l’uragano che sconvolse quella parte degli USA, spiega quanto spazio stiamo sprecando per le nostre comodità. Un’auto a testa non è già più sostenibile, lo si vede proprio qui a Bologna con i problemi di viabilità che abbiamo, con il desiderio di non fare più file, di nuove strade, senza cambiare le nostre abitudini, che chiedono proprio questo, strade nuove, veloci e parcheggi il più vicino possibile alle nostre comodità.

Ma la realtà che le foto di Anthropocene ci mostra, con i palazzi di Los Angeles, l’urbanizzazione selvaggia di Lagos e le quattro città smantellate dalla Miniera in Germania, è che già ora lo spazio sta per finire.

Non è solo un fatto di inquinamento, è anche e soprattutto un fatto di spazio, le automobili, probabilmente anche in un tempo relativamente breve, non inquineranno più, saranno elettriche e con batterie dalla carica molto lunga.

Non inquineranno, ma per queste batterie saranno svuotati i deserti dal sale e dal Litio, materiale essenziale per produrle. Nel filmato un pezzo molto forte è proprio dedicato a questo.

La prima foto mostra una scogliera, un libro di rocce le cui pagine sono state scritte dal tempo, come penna l’acqua che le ha solcate ed impresse.

Formazioni cosi si vedono anche nelle nostre zone, a Savigno per esempio, poco fuori il paese, sotto il ponte che forma con la strada una esse salendo verso Bortolani. Il letto del fiume Samoggia è esattamente come la foto, pagine più aperte ma ugualmente scritte dal tempo. I monti della Riva che dividono Bologna da Modena, il comprensorio del Corno alle Scale da quello del Cimone, rocce che si sono innalzate nei millenni dal sottosuolo e che prima gli oceani, poi le piogge dell’appennino, hanno scritto e ora come fogli di carta sottile, piano piano si sfogliano sotto il peso del tempo.

Un tempo che sta impazzendo, che scarica l’acqua di un anno in pochi minuti e che anche la grande madre terra non riesce più a sostenere. Un tempo che forse credendoci troppo potenti pensiamo di stare alterando, ma che nel caso non fosse così, sicuramente stiamo aiutando a cambiare.

Usciamo dall’auditorium frastornati, noi per le immagini viste, forti come la colonna sonora, i rumori e le parole dette, i bimbi per la lunga attesa di una fine che per loro, non arrivava mai.

Che gli adulti abbiano capito, almeno in parte, lo si capisce dalla poca calca e molto calma che è presente al bar dell’uscita, bar in cui non vi è cassa e dove l’acqua è appoggiata ai tavolini libera di essere bevuta.

Per i bimbi la speranza che qualcosa sia entrato in quelle testolina è più flebile.

Usciamo sotto un cielo improvvisamente stellato, ma con un umidità che si taglia con il coltello. L’imponenza dell’edificio si rispecchia nello splendido lago di acqua ricreato sotto le vetrate, un lago che uno dei ragazzi per poco non prova di attraversare camminando, credendo che sia una vetrata. Si ferma in tempo capendo di non essere Dio e di non poter camminare sull’acqua. Si gira e dice: “Certo che portarci a vedere queste cose in tutto questo lusso…,mah… ”.

Capiamo che forse qualcosa, forse anche qualcosa in più, in testa a questi bimbi ormai ragazzi rimarrà, e come noi escono da questa esperienza con qualche interrogativo.

Torniamo verso la macchina nell’umido che il Reno porta con sé lungo il fiume, consapevoli di star vivendo e contribuendo a esaurire questo pianeta.

Consapevoli di questo saliamo in macchina con due quesiti, come fare a cambiare tutto ciò e soprattutto, chi comincia?

 

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