Mi sono letto attentamente il Masterplan relativo al comprensorio Cavone del Corno alle Scale. Ne ho ricavato alcune impressioni positive ed altre negative. Partiamo da quelle positive. Citare tutti i dati demografici, occupazionali della popolazione di Lizzano è importante per comprendere la dinamica sociale del comprensorio. E’ così per l’analisi dell’utilizzazione degli impianti di risalita nel tempo, sia per il comparto estivo che per quello invernale. Ovvio che detto Masterplan focalizzi la sua attenzione sul comparto invernale e, quindi, studi ed offra soluzioni al fine di potenziare lo sci. Sempre parlando di inverno, non viene accennato il fatto che certe piste non vengono più praticate per varie ragioni, la principale è la mancanza di neve.

Accenno qui quelle che sono le piste difficilmente praticabili se non impraticabili totalmente : Pista 1 Cavone – Pista 3 blu agibile solo se collegata con la Pista 4 (Tomba 1) – Pista 7 Cornaccio – Pista 17 Cupolino – Pista 16 Duca degli Abruzzi – Pista 15 Del Sole  , considerazioni a parte per le Piste 14-15 Direttissima che possono essere frequentate con intervento di Cannoni sparaneve in simbiosi con un sensibile innevamento naturale.

Giova qui accennare ad un problema che di anno in anno va aumentando : quello delle due piste alte del Corno Campetti e Tomba  . Le ragioni che mettono in crisi due fra le più belle piste del comprensorio sono essenzialmente 2 : un costante aumento del vento sia in termini di intensità che in quello del tempo, giorni, nei quali detto fenomeno atmosferico agisce e la sensibile diminuzione delle precipitazioni nevose. Infatti detto impianto di risalita ha uno dei coefficienti di utilizzazione più bassi degli impianti del comprensorio. La Pista 7 Cornaccio, soffre per le medesime traversie. La Pista 1 Cavone e la Pista 3 Blu, a valle del congiungimento con la Tomba 1 hanno l’identico problema di uno scarso innevamento naturale. La Pista 16 Duca degli Abruzzi e la Pista 15 Del Sole sono piste frequentabili solo da sci alpinisti e che, pertanto, richiedono un buon innevamento naturale. Un discorso a parte va fatto per la Pista 17 Cupolino. In passato era servita da un impianto di risalita, sciovia, fermo da anni, e quindi da tale data non è più frequentabile. Era una pista a gradoni, non lunga ma piacevole con due pecche : la prima, quando soffiava vento era quasi impossibile giungere alla stazione sommitale, era meglio sganciarsi prima e scendere; la seconda, dato il tipo di esposizione, richiedeva un buon innevamento.

Nel cartellone espositivo sono segnati due percorsi fuoripista che dalla cima del Corno scendono al passo dello Strofinatoio o poco sotto e poi percorrono l’una la parte dx dell’enorme circo glaciale della Val di Gorgo e l’altra la parte centrale. Erano due fuoripista eccezionali ma richiedevano un innevamento eccezionale percorrendo zone moreniche con avvallamenti e sassi. Consiglierei oggi di depennarli onde non creare i presupposti, per ignari, di avventurarsi lungo tali percorsi. Anche alcune delle piste sopra accennate andrebbero tolte dal cartellone. E’ inutile ed illusorio parlare di tot Km di piste e, poi, scoprire che parte di tali Km non esistono più . Sarebbe solo una pubblicità negativa. Parliamo ora delle impressioni negative avute nella lettura. La principale, e più importante, è quella di non aver preso in considerazione l’evoluzione della Crisi Climatica. Dai dati sui giorni di apertura degli impianti e dei giorni di possibile frequentazione invernale, balza subito agli occhi la costante diminuzione statistica dei due valori. L’utilizzo della seggiovia Rocce-Corno è l’evidenza probante.

I dati ARPA danno che nei prossimi 10 anni vi sia un aumento termico di circa 1°,5 e, considerazioni climatiche, dicono che nei prossimi 15 anni le precipitazioni nevose nella zona Corno alle Scale saranno episodiche e di scarsa entità. Non aver preso in considerazione questi dati ed elaborarli in rapporto al trend negativo di giorni ed impianti frequentabili è una grave pecca. In aggiunta a ciò, vista la mole degli studi geologici del territorio, non aver preso in considerazione il rapporto stretto che esiste tra orografia del Corno e Crisi Climatica mi sembra una grave dimenticanza metodologica. Mi esprimo in termini concreti . Il Corno, ed il suo comprensorio, risultano essere la parte sommitale di un’ampia zona della Toscana percorsa dai fiumi Arno , Serchio ed Ombrone .

Osservando le splendide foto di Luigi Riccioni verso dette zone, possiamo vedere Firenze, Pisa, l’arcipelago Toscano, la Corsica. Ugualmente nelle immagini di un altro bravo fotografo quale Stefano Monetti, fatte dal versante toscano verso l’Appennino, vediamo facilmente, sin da Pisa, la cuspide di Monte Gennaio. Cosa significa ciò? Semplicemente che il vento di Libeccio, caldo, umido e violento proveniente dall’Africa, non trova ostacoli orografici e riesce a scatenare tutta la propria violenza nei nostri siti. Spiegati quindi i Km 238/h raggiunti poco tempo fa ! Inoltre il trend dei giorni ventosi è in continua crescita.

In inverno, dopo una nevicata che faceva presagire un anticipato inizio di stagione sciistica, sono stati sufficienti un paio di giorni di Libeccio per sciogliere tutto e mandare in piena i corsi d’acqua. Questa situazione era, in passato, la fortuna del Corno. Quando l’anticiclone siberiano che apportava, già a metà Novembre, aria fredda dall’estremo est europeo, arrivava e stazionava qui, con freddi “siberiani”, l’arrivo del Libeccio con il suo carico di mediterranea umidità, creava i presupposti di considerevoli e continue nevicate per l’intero periodo invernale e sino a fine Aprile. Oggi detto anticiclone siberiano non giunge più da anni, sostituito da episodiche correnti fredde apportatrici di temperature rigide per pochi giorni e di nevicate di modesta se non scarsa entità. Quindi non aver ben analizzato i rapporti che intercorrono tra Crisi Climatica e situazione orografica è un motivo che porta a considerazioni erronee sugli investimenti e sulla politica turistica, specialmente invernale, del comprensorio in oggetto.

Oggi la frequentazione massima, per numero di giorni e per utilizzazione degli impianti, si ha in poche piste, essenzialmente 4 : Campo scuola, Polla, Tomba 1 e Tomba 2 . Per le altre, come detto, si richiedono condizioni meteorologiche particolari. Adesso siamo attorno ai 90 giorni di apertura con una costante diminuzione statistica che possiamo valutare tra i 4 ed i 5 giorni l’anno. Il ché significa che tra 10 anni l’apertura si sarà ridotta tra i 40 ed i 50 giorni, circa un mese e mezzo. Tra 15 anni, escludendo l’aumento termico dell’ARPA, saremmo tra i 15 ed i 30 giorni pari a 2 o 4 fine settimana. Ha un senso investire milioni in una impiantistica che si sa, già da adesso, avente un utilizzo in costante diminuzione? Si tenga in considerazione che, a causa di questi cambiamenti climatici, i giorni ventosi, come già evidenziato, saranno in aumento per durata ed intensità. Come si vede, i miei appunti sono squisitamente tecnici, scientifici ed economici.

Una sola osservazione extra tecnica. Del patrimonio storico, culturale ed ambientale del Belvedere da potersi utilizzare per un rilancio economico non se ne parla nel Masterplan, finalizzato, d’altronde, agli impianti di risalita. Come non si parla di specie relitto dell’ultima glaciazione presenti in zona dove verranno fatti sbancamenti e pesanti lavori con ruspe ed altri mezzi meccanici. Ne accenno solo una : LEISOMA DARDAGNENSE (il nome è ben chiaro) che, tra l’altro, si nutre di vegetali tipici relitti del glacialismo wurmiano presenti in zona. Una volta estinte anche queste specie, si potrà marciare più speditamente verso più luminosi orizzonti. Un aspetto socio-economico. Quando il mondo politico decide di spendere i soldi dei contribuenti, nulla lo ferma avvalorando quanto detto da un grande statista :”Noi politici siamo quelli che facciamo costruire ponti anche dove non ci sono fiumi”.

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