Abitare i luoghi fragili è possibile

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Ho lette del dibattito sulla possibilità di ripopolare i “luoghi fragili” ovvero quelle arre di montagna afflitte da  decenni da un sistematico spopolamento . Qui esprimo le mie opinioni frutto di una conoscenza quasi di ottanta anni di una zona del nostro Appennino : il Comune di Lizzano in Belvedere . Conoscenza legata a ragioni famigliari, di lavoro ultra ventennale, di escursionismo ed anche di sport invernali. Il primo passo per affrontare tale problematica di ripopolamento è la profonda conoscenza del patrimonio storico-culturale ed ambientale di ogni zona . Mancando queste conoscenze , sulle quali impostare un serio recupero, si rischia di realizzare una operazione distorta che potrebbe, nel tempo, apportare meno vantaggi e, spesso, più danni che vantaggi . Un esempio per tutti : gli impianti a fune del Corno alle Scale . Ottima soluzione sia per gli sport invernali e per un certo, marginale, turismo meccanizzato estivo . Ma l’intero comprensorio del Belvedere non è solo quello, vi sono ben altri patrimoni da utilizzare nell’intero spazio dell’anno ! Così facendo, focalizzando tutto su tali impianti con un continuo battage pubblicitario su tale aspetto, si è finito per mettere in disparte e cancellare qualsiasi altra opportunità di richiamo e di lavoro . Si è agito, insomma, come colui che, giocando in Borsa, ha investito tutto il suo capitale su di un’unica opzione che, fin che è stata remunerativa, ha apportato vantaggi, ma quando dette azioni sono andate in ribasso, detto investitore si è trovato con le tasche semivuote. Un investitore accorto mette i suoi danari su di una molteplicità di opzioni in maniera tale che se una va male risulti impossibile che vadano male le altre dieci totalmente differenziate . I dati socio-economici del comprensorio del Belvedere certificano in maniera esaustiva come così facendo si sia aggravato lo spopolamento di storici paesi non allineati sull’asse Lizzano-Cavone, la popolazione dell’intero comprensorio è invecchiata data la fuga dei giovani, molte attività hanno chiuso i battenti, il reddito è crollato e quelle possibilità di richiamo turistico non fossilizzate sugli impianti a fune, essendo state trascurate o cancellate, non hanno dato valido sostegno al complesso turistico e produttivo del comprensorio. E’ mia opinione che se si fosse fatto un attento esame, da parte istituzionale, del patrimonio storico-culturale ed ambientale della zona e si fosse studiato e messo in pratica un piano di valorizzazione di tale patrimonio, di certo non vi sarebbe stato quel crollo socio-economico che abbiamo dinnanzi agli occhi . E’ utopico pensare che tali problematiche vengano risolte con ulteriori investimenti in impianti a fune da parte regionale o con l’intervento, sempre in tale comparto, di imprenditori provenienti da fuori che, obiettivamente, non hanno le dovute conoscenze, anche storiche, dell’ambiente e che le loro finalità sono solo nell’ambito imprenditoriale di breve respiro . Ciò che ho scritto, penso, valga per qualsiasi area del nostro Appennino . La soluzione di tale problematica non deve piovere dall’alto, ma partire dalle radici dei vari luoghi e che l’aiuto economico istituzionale sia finalizzato alla valorizzazione di tali patrimoni evitando monocolture e cattedrali nel deserto con i negativi risultati sin ora visti in molte zone d’Italia.