“E’ un 25 aprile molto diverso…la quarantena ci avvicina… dobbiamo festeggiarlo…lo dobbiamo ai nostri nonni..”

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Fino al 25 aprile 1945 mia nonna per quasi un anno ha vissuto in una capanna costruita nel bosco tra la Tabina e Pioppe di Salvaro, per sfuggire ai rastrellamenti e per sfuggire alla morte, per cercare di viaggiare verso un futuro e verso un mondo più giusto.

Mia nonna aveva un fratello, erano una grande famiglia, questo fratello faceva il Prete, si chiamava Don Vincenzo Venturi.

Era il parroco di Calvenzano, Chiesa ancora esistente in via Porrettana, poco prima di Vergato, con annesso Cimitero.

Lui era un Prete vero, il suo ministero lo esercitava nel pieno della sua missione.

Non vi erano uomini diversi dagli altri, ognuno era uguale all’altro, ognuno era speciale, ma ognuno era anche unico ed inimitabile.

Tutti andavano aiutati.

Questo in tempi di guerra era un grosso problema.

Che tu aiutassi la tua famiglia con un pezzo di pane, che tu sfamassi un partigiano o curassi un fascista in stato di morte, non vi erano differenze.

La nonna una sera andò a prendere del pane da suo fratello, pane del giorno prima, arrivarono dei fascisti scortati poco gentilmente da dei nazisti, sapevano che il Prete aiutava i partigiani. La nonna scappò in cantina, sotto la canonica, a separarli solo il pavimento di legno.

I fascisti rimasero lí a dormire, cenarono, dormirono poco dal camminare che si sentiva nel rimbombare del pavimento e dopo colazione andarono via.

Mia nonna uscì dalla cantina con il pane vecchio ormai di due giorni e tornò nella capanna del bosco.

Il mio Prozio prete morì prima dei 50 anni di vecchiaia, ucciso dalla guerra dopo che essa era finita, sfinito dalle eterne pressioni che la guerra bastarda ti lasciava in tutto il corpo.

Mia nonna è morta a 80 anni, è arrivata nel futuro, godendo di tutte le libertà che si era conquistata dopo anni di stenti e di sofferenze immani, crescendo due figlie che successivamente hanno cresciuto tre suoi nipoti, che a lei, e suo fratello, non possono che dire grazie.

Mia nonna votò se rimanere in Monarchia o passare in Repubblica.

Glielo chiesi cosa votò e molto sinceramente dichiarò che aveva votato Repubblica.

Il Re aveva sbagliato, ma più che altro non si era preso le sue responsabilità, era giusto cambiare. In realtà fu molto indecisa, ma alla fine votò Repubblica.

Alla successiva domanda se si era pentita, mi guardò e si mise a ridere, la differenza non era poi così grande.

Non siamo cambiati molto da quel 25 Aprile.

Oggi è un 25 Aprile molto diverso da quello che festeggiamo ogni anno da 75 anni.

È un 25 Aprile privo di libertà, non possiamo uscire, dobbiamo stare lontani tra di noi, non possiamo festeggiarlo come sempre lo abbiamo fatto.

Oggi, dopo 39 anni vissuti, ho ricevuto un sacco di auguri per questa ricorrenza, non mi era mai successo di riceverne uno. Veramente.

Questa quarantena ci sta avvicinando alle nostre radici, e questa è una cosa straordinaria.

Ma per piacere, veramente per piacere, non fate parallelismi tra oggi e quello che i nostri nonni hanno vissuto.

Non siamo in guerra, la guerra è un’altra cosa, non offendete il 25 Aprile, non offendete i nostri nonni, perché se oggi possiamo salvarci la vita stando in casa, possiamo videochiamarci stando virtualmente vicini, possiamo continuare a discutere, amarci, litigare, urlare le nostre ragioni, lo dobbiamo solo a loro, a loro e a molti di loro che in questi ultimi due mesi sono morti a causa di un virus. Ma sono morti liberi, con tutto lo schifo che questo virus sta portando, sono morti liberi, una libertà che ci hanno regalato e che non possiamo buttare via.

Grazie a loro, sempre, W la Libertà, W L’Italia, W la vita.

Nella foto la bandiera italiana e la fede di mio nonno che mia nonna mi ha lasciato in eredità e che porto al collo nella catenina tutti i giorni.

Quella Fede mio nonno non l’ha mai portata. La nascose, disse ai fascisti che i soldi per la fede non li aveva mai avuti.

Ci credettero.

 

Foto di Enrico Pasini

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