“Tra cinque o sei anni non ci saranno più infermieri nelle nostre aziende e non si potranno più garantire cure adeguate ai cittadini”. Antonella Rodigliano, segretaria regionale del Nursind, lancia ancora una volta l’allarme sulla situazione attuale delle professioni infermieristiche in Emilia-Romagna. E l’occasione è una vera e propria replica da parte del principale sindacato di categoria alle recenti dichiarazioni rilasciate dal direttore generale dell’Ausl Bologna, Anna Maria Petrini, a margine di un evento in Comune. Dichiarazioni che mostrano grande preoccupazione per la carenza di personale nelle aziende sanitarie del territorio, ma che non trovano reali risposte da parte di chi di dovere. Direzione generale compresa, oltre a Regione e sigle sindacali che alcuni giorni fa ha sottoscritto un nuovo accordo per l’indennità di pronto soccorso proprio con lo stesso ente, a differenza del Nursind, che invece ha deciso di non firmare. “Da un lato leggiamo dichiarazioni di questo genere, ma dall’altro, all’interno delle aziende -spiega Rodigliano-, continuiamo ad assistere ad enormi difficoltà legate alla valorizzazione e all’attrattività della professione”.
“Quello che finora abbiamo visto fare durante le contrattazioni regionali e quelle decentrate a livello aziendale, rischia di non portare ad altro se non all’appiattimento di questa professione, senza alcuna valorizzazione” insiste la segretaria del Nursind, riferendosi in particolar modo all’accordo di indennità firmato due giorni fa, con differenze economiche minime tra infermieri e altre figure all’interno dei pronto soccorso. “Il messaggio che si fa passare è che siamo tutti uguali, ma così è normale che non ci sia alcun genere di attrattività -continua-. Non solo: non riusciamo neppure a riconoscere le giuste competenze ai nostri professionisti”.
“È vero, come sostengono le altre sigle sindacati, che con questo accordo vengono stanziati circa 19 milioni di euro nel 2026 per il personale di pronto soccorso, più gli arretrati del 2023, 2024 e 2025. La cosa che però non si dice -sottolinea Rodigliano- è che il personale di pronto soccorso in Emilia-Romagna si aggira intorno ai 4mila dipendenti in tutta la regione, di cui l’80% infermieri: certo, tre sindacati valgono più di uno, va riconosciuto, ma alla luce di questi dati è evidente che l’accordo sottoscritto non dà risposte alle esigenze di quel personale. È un accordo che non riconosce né tiene conto del disagio degli infermieri, né tanto meno considera e valorizza la loro professionalità -continua- e non rende neppure la nostra regione e i nostri pronto soccorso più attrattivi per i professionisti rispetto ad altri territori. In regioni confinanti con l’Emilia-Romagna il riconoscimento economico è ben diverso e non è impensabile ipotizzare che, ad esempio, per un infermiere di Piacenza sia più conveniente andare a lavorare in provincia di Milano piuttosto che nella sua regione, dove otterrà un trattamento economico certamente superiore”.
“Chi amministra continua a ripetere che la nostra sanità è un fiore all’occhiello da tutelare, eppure ad oggi non abbiamo visto alcuna iniziativa, sia politica che aziendale, in tal senso” è l’affondo di Antonella Rodigliano, la quale poi porta a titolo d’esempio l’esperienza di un infermiere iscritto al sindacato che “qualche giorno fa ha dovuto acquistare un abbonamento per venire a lavorare a Bologna dalla provincia, con la sua auto a gpl, pagandolo addirittura 460 euro per sei mesi. Fino a poco tempo fa ne bastavano 150: ciò significa che chi abita fuori dal capoluogo, ma che a Bologna lavora ed ha bisogno di parcheggiare sulle righe blu, oggi si ritrova a spendere quasi mille euro all’anno. Una cifra che neanche l’ultimo aumento del contratto rende facilmente accessibile. Allora ci chiediamo -conclude la rappresentante sindacale- quali sono le iniziative che la politica regionale e comunale, oltre che delle singole aziende, mettono in atto per rendere davvero attrattiva la professione? E secondo gli altri sindacati è possibile continuare con questo genere di accordi che appiattiscono la professione, mettendolo allo stesso livello di altre figure? Sono tutti problemi coi quali facciamo i conti ormai da troppo tempo, ma nessuno sembra interessarsene. Nessuno li affronta come dovrebbe e nessuno sta dando quei segnali di cambiamento di cui ci sarebbe bisogno per davvero”.

