Gentile Redazione,
vi contatto per sottoporre alla vostra attenzione una vicenda di gravissima negligenza scolastica e umana che si consuma sul nostro territorio, precisamente all’Istituto Superiore “Luigi Fantini” di Vergato.
Mio figlio, affetto da una seria patologia cardiaca (perimiocardite acuta) e con diagnosi di DSA, ha trascorso lo scorso anno scolastico per ben 7 mesi costretto a casa. Nonostante le mie richieste formali avviate fin dal 1° settembre 2025, la scuola ha alzato un muro: l’istruzione domiciliare non è mai partita, il PDP per i DSA è stato ignorato e la didattica a distanza si è ridotta a ore di schermi neri, isolamento e totale assenza di tutele ed empatia.
Oggi mio figlio ha preso una decisione di estrema dignità: non si presenterà agli esami di riparazione questa settimana e ripeterà l’anno, rifiutando di coprire il fallimento di un sistema che lo ha abbandonato.
Ho deciso di rompere il silenzio inviando una lettera aperta al Ministro dell’Istruzione, al Provveditorato e all’USR Emilia-Romagna. Credo che questa storia meriti di essere raccontata, affinché non accada mai più a nessun altro studente fragile.
Vi lascio di seguito il testo completo della lettera aperta con tutti i dettagli di questa dolorosa vicenda.
Resto a completa disposizione per un eventuale contatto telefonico o per fornirvi tutta la documentazione medica e scolastica a supporto.
Un cordiale saluto,
Giorgia Bergonzi
Mamma di Alessandro
Mamma di Alessandro
Al Ministro dell’Istruzione e del Merito
All’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna – Ufficio V – Ambito Territoriale di
Bologna
Al Dirigente Scolastico dell’I.I.S. “Luigi Fantini” di Vergato
Agli organi di stampa e alla cittadinanza
OGGETTO: Lettera aperta sul diritto allo studio negato e sul fallimento dell’inclusione scolastica
La storia di un ragazzo all’Istituto “Fantini” di Vergato.
Scrivo questa lettera con il cuore pesante di una madre, ma anche con la ferma determinazione di chi non
intende rassegnarsi al silenzio di fronte alla negazione del più fondamentale dei diritti dei nostri figli: il
diritto allo studio e all’inclusione scolastica. È la storia di mio figlio, un ragazzo che frequenta l’Istituto
“Luigi Fantini” di Vergato e che oggi, anziché prepararsi a frequentare la classe quarta, si trova costretto a
ripetere l’anno. Non per sua colpa, non per mancanza di volontà, ma perché la scuola, di fronte alla sua
malattia, ha eretto un muro invalicabile di burocrazia, indifferenza e disorganizzazione.
Lo scorso anno scolastico è stato l’inizio di un calvario. A mio figlio è stata diagnosticata una
perimiocardite acuta, una patologia cardiaca grave, ad oggi non ancora guarita e costantemente
monitorata. Questa condizione lo ha costretto a rimanere a casa per ben sette mesi. Come madre, mi
sono mossa fin dal 1° settembre 2025, comunicando immediatamente con la scuola per attivare le tutele
previste dalla legge, a partire dall’istruzione domiciliare. La risposta delle istituzioni scolastiche, tuttavia,
è stata sconcertante.
Invece di accoglienza e supporto, ho trovato un muro. Il Dirigente Scolastico è arrivato a minimizzare la
situazione con parole che pesano come macigni, liquidando la patologia con un “non è poi così grave”. A
dicembre, a distanza di quattro mesi dalle mie prime comunicazioni, la documentazione e la richiesta
formale all’Ufficio Scolastico Regionale non erano ancora state inoltrate dalla scuola. Il coordinatore di
classe, nel frattempo, giustificava i ritardi preannunciando che i docenti interni non erano disponibili a
partecipare al progetto di istruzione domiciliare.
Il risultato sono stati sette mesi di didattica a distanza (DAD) totalmente fallimentare, una modalità
persino peggiore di quella sperimentata durante la pandemia. Mio figlio è stato lasciato davanti a uno
schermo, invisibile. Abbiamo assistito a docenti che si allontanavano dal PC, che scrivevano alla lavagna
senza curarsi di rendere visibile lo schermo a chi era a casa, e che si rifiutavano persino di indossare un
microfono bluetooth per permettergli di seguire le spiegazioni. Le ore passavano nel vuoto di un brusio di
sottofondo incomprensibile o, peggio, davanti a uno schermo nero perché qualcuno si dimenticava
persino di attivare il collegamento. Sette mesi di nulla pneumatico, senza una sola interazione, senza un
reale monitoraggio, senza nemmeno un rarissimo e umano “come stai?” da parte di chi avrebbe dovuto
guidarlo.
Soltanto a marzo, dopo mie pressanti richieste che duravano da novembre, è stato finalmente convocato
un consiglio di classe. A due mesi dalla fine delle lezioni, i docenti si sono accorti di non avere un metodo,
di non saper gestire la situazione e di non sapere come valutarlo. Oltre a ciò, per tutto l’anno scolastico, è
stato completamente disapplicato il Piano Didattico Personalizzato (PDP) previsto per la sua
diagnosi di DSA, calpestando un ulteriore diritto tutelato dalla legge.
Ad aprile, dopo le vacanze di Pasqua, i medici hanno finalmente concesso un parziale e prudente rientro
in presenza. La stanchezza fisica e mentale accumulata da mio figlio era immensa; l’ho comunicato via
PEC al Dirigente e al coordinatore, senza ricevere alcuna risposta. Al rientro, non ha trovato nessuna
forma di collaborazione o programmazione flessibile per recuperare gli argomenti persi. Alla fine dell’anno,
per non dover dichiarare il completo fallimento del proprio operato, la scuola ha deciso di sospendere il
giudizio, rimandandolo a settembre con tre materie.
Ma mio figlio, con una maturità che avrebbe dovuto mostrare chi si trovava dall’altra parte della cattedra,
conscio dell’anno interamente perso e della gravità delle lacune accumulate a causa dell’abbandono
istituzionale, ha preso una decisione dolorosa ma dignitosa: non si presenterà agli esami di riparazione
questa settimana. Sceglie di stringere tra i denti il proprio diritto allo studio, decide di difendere la propria
salute e la propria dignità, e sceglie di ripetere l’anno all’istituto Fantini.
Questa non è solo la denuncia del fallimento di un singolo istituto scolastico. È una richiesta di risposte al
Ministero dell’Istruzione e al Provveditorato di Bologna. Com’è possibile che nel 2026 un ragazzo con una
grave patologia cardiaca e una diagnosi di DSA venga abbandonato a se stesso? Chi risponde del danno
psicologico, biologico e formativo recato a un minore? La scuola dovrebbe essere il primo presidio di
inclusione e legalità; in questa vicenda, ha rappresentato soltanto un muro di indifferenza. Chiedo alle
autorità in indirizzo di fare piena luce su quanto accaduto presso l’I.I.S. “Luigi Fantini” di Vergato, affinché
nessun altro studente debba mai più subire l’umiliazione di vedere il proprio diritto alla salute e allo studio
trasformato in un invisibile schermo nero.
Con profonda amarezza, ma immutata determinazione,
Una madre che difende il diritto allo studio
[Lettera firmata)
All’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna – Ufficio V – Ambito Territoriale di
Bologna
Al Dirigente Scolastico dell’I.I.S. “Luigi Fantini” di Vergato
Agli organi di stampa e alla cittadinanza
OGGETTO: Lettera aperta sul diritto allo studio negato e sul fallimento dell’inclusione scolastica
La storia di un ragazzo all’Istituto “Fantini” di Vergato.
Scrivo questa lettera con il cuore pesante di una madre, ma anche con la ferma determinazione di chi non
intende rassegnarsi al silenzio di fronte alla negazione del più fondamentale dei diritti dei nostri figli: il
diritto allo studio e all’inclusione scolastica. È la storia di mio figlio, un ragazzo che frequenta l’Istituto
“Luigi Fantini” di Vergato e che oggi, anziché prepararsi a frequentare la classe quarta, si trova costretto a
ripetere l’anno. Non per sua colpa, non per mancanza di volontà, ma perché la scuola, di fronte alla sua
malattia, ha eretto un muro invalicabile di burocrazia, indifferenza e disorganizzazione.
Lo scorso anno scolastico è stato l’inizio di un calvario. A mio figlio è stata diagnosticata una
perimiocardite acuta, una patologia cardiaca grave, ad oggi non ancora guarita e costantemente
monitorata. Questa condizione lo ha costretto a rimanere a casa per ben sette mesi. Come madre, mi
sono mossa fin dal 1° settembre 2025, comunicando immediatamente con la scuola per attivare le tutele
previste dalla legge, a partire dall’istruzione domiciliare. La risposta delle istituzioni scolastiche, tuttavia,
è stata sconcertante.
Invece di accoglienza e supporto, ho trovato un muro. Il Dirigente Scolastico è arrivato a minimizzare la
situazione con parole che pesano come macigni, liquidando la patologia con un “non è poi così grave”. A
dicembre, a distanza di quattro mesi dalle mie prime comunicazioni, la documentazione e la richiesta
formale all’Ufficio Scolastico Regionale non erano ancora state inoltrate dalla scuola. Il coordinatore di
classe, nel frattempo, giustificava i ritardi preannunciando che i docenti interni non erano disponibili a
partecipare al progetto di istruzione domiciliare.
Il risultato sono stati sette mesi di didattica a distanza (DAD) totalmente fallimentare, una modalità
persino peggiore di quella sperimentata durante la pandemia. Mio figlio è stato lasciato davanti a uno
schermo, invisibile. Abbiamo assistito a docenti che si allontanavano dal PC, che scrivevano alla lavagna
senza curarsi di rendere visibile lo schermo a chi era a casa, e che si rifiutavano persino di indossare un
microfono bluetooth per permettergli di seguire le spiegazioni. Le ore passavano nel vuoto di un brusio di
sottofondo incomprensibile o, peggio, davanti a uno schermo nero perché qualcuno si dimenticava
persino di attivare il collegamento. Sette mesi di nulla pneumatico, senza una sola interazione, senza un
reale monitoraggio, senza nemmeno un rarissimo e umano “come stai?” da parte di chi avrebbe dovuto
guidarlo.
Soltanto a marzo, dopo mie pressanti richieste che duravano da novembre, è stato finalmente convocato
un consiglio di classe. A due mesi dalla fine delle lezioni, i docenti si sono accorti di non avere un metodo,
di non saper gestire la situazione e di non sapere come valutarlo. Oltre a ciò, per tutto l’anno scolastico, è
stato completamente disapplicato il Piano Didattico Personalizzato (PDP) previsto per la sua
diagnosi di DSA, calpestando un ulteriore diritto tutelato dalla legge.
Ad aprile, dopo le vacanze di Pasqua, i medici hanno finalmente concesso un parziale e prudente rientro
in presenza. La stanchezza fisica e mentale accumulata da mio figlio era immensa; l’ho comunicato via
PEC al Dirigente e al coordinatore, senza ricevere alcuna risposta. Al rientro, non ha trovato nessuna
forma di collaborazione o programmazione flessibile per recuperare gli argomenti persi. Alla fine dell’anno,
per non dover dichiarare il completo fallimento del proprio operato, la scuola ha deciso di sospendere il
giudizio, rimandandolo a settembre con tre materie.
Ma mio figlio, con una maturità che avrebbe dovuto mostrare chi si trovava dall’altra parte della cattedra,
conscio dell’anno interamente perso e della gravità delle lacune accumulate a causa dell’abbandono
istituzionale, ha preso una decisione dolorosa ma dignitosa: non si presenterà agli esami di riparazione
questa settimana. Sceglie di stringere tra i denti il proprio diritto allo studio, decide di difendere la propria
salute e la propria dignità, e sceglie di ripetere l’anno all’istituto Fantini.
Questa non è solo la denuncia del fallimento di un singolo istituto scolastico. È una richiesta di risposte al
Ministero dell’Istruzione e al Provveditorato di Bologna. Com’è possibile che nel 2026 un ragazzo con una
grave patologia cardiaca e una diagnosi di DSA venga abbandonato a se stesso? Chi risponde del danno
psicologico, biologico e formativo recato a un minore? La scuola dovrebbe essere il primo presidio di
inclusione e legalità; in questa vicenda, ha rappresentato soltanto un muro di indifferenza. Chiedo alle
autorità in indirizzo di fare piena luce su quanto accaduto presso l’I.I.S. “Luigi Fantini” di Vergato, affinché
nessun altro studente debba mai più subire l’umiliazione di vedere il proprio diritto alla salute e allo studio
trasformato in un invisibile schermo nero.
Con profonda amarezza, ma immutata determinazione,
Una madre che difende il diritto allo studio
[Lettera firmata)

