Addio a Ballacci, il combattente che teneva testa a Dall’Ara

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BALLACCI
Dino Ballacci (da “Il Museo di Pignaca”, www.gianfrancoronchi.net)

di Marco Tarozzi

Dino Ballacci aveva fatto il partigiano. Brigata Osoppo. Combatteva per liberare la sua terra proprio come aveva imparato a combattere sui campi di calcio, fin da ragazzino. E come avrebbe fatto ancora per anni a guerra finita, vestendo per dodici lunghe stagioni la maglia del suo Bologna.
Aveva iniziato a tirar calci all’oratorio di Sant’Egidio, e lì l’avevano scoperto Biavati e Sansone. Trafila nelle giovanili rossoblù, poi appunto la guerra e un ritorno in campo non immediato, perché il presidente Dall’Ara si accorse che il ragazzo non era tornato dalle colline con la condizione dell’atleta. Qualche settimana a fare l’impiegato, poi finalmente (e di nuovo) una maglia rossoblù da indossare. Stando dietro, in difesa, a controllare gli avversari più pericolosi. Con una grinta e una tenacia che ne avrebbero fatto un titolare inamovibile di lì a un paio di stagioni. Un metro e ottanta di carica e “cattiveria” agonistica, un gladiatore quasi insuperabile sulla fascia sinistra. E un carattere altrettanto combattivo.
Restano nell’aneddotica rossoblù le estenuanti trattative con Dall’Ara per i rinnovi del contratto, col presidente che, narra una leggenda non molto lontana dalla realtà, lo riceveva con una pistola in bella mostra sul tavolo della scrivania, e allora Dino aveva preso l’abitudine di presentarsi anche lui con un revolver alla cinta, sai mai. Poi, comunque, alla fine l’accordo si trovava sempre…

E ancora, quello storico faccia a faccia con Gipo Viani, che gli agitava i pugni davanti alla faccia. E lui non arretrava un metro: “Come allenatore la rispetto, come uomo non provi a mettermi le mani addosso o la rovino…” Forte come una roccia, generoso come chi ha passione per quello che fa. 306 presenze in rossoblù, che gli valgono un posto tra i primi venti “fedelissimi” di tutti i tempi. Una presenza anche in azzurro, a Milano contro l’Egitto, subentrando a Cervato. Nel Bologna, nel suo Bologna, fino al 1957, prima di andare a chiudere la carriera passando da Lecco, Lucchese, Portogruaro. Dove avrebbe fatto anche l’allenatore-giocatore scoprendo ragazzini che si chiamavano Furlanis e Cimpiel, e segnalandoli subito al suo Bologna. Perché l’amore è tutto.

E poi una lunga trafila da tecnico, a Reggio Emilia, Prato, Catanzaro, Catania, Arezzo, Pistoia, Ancona, Massa, Isernia. La provincia profonda dove il pallone è un Dio minore che incanta e innamora. Ad Alessandria se lo ricordano bene: perché è stato il tecnico dell’ultima promozione in B, ormai quasi quarant’anni fa, e perché un giorno attaccò al muro un giovane piuttosto arrogante che aveva parlato male di lui, tale Luciano Moggi…

Dino Ballacci viveva da tempo nella campagna imolese, ma fino a un paio d’anni fa se ne stava spesso e volentieri in compagnia di chi amava gli stessi colori, tifosi e amici che non mancavano di invitarlo a feste a tema rossoblù. Se ne è andato a ottantanove anni, a raggiungere quelli della gloria e della storia, campioni che non incontreremo più e non dimenticheremo mai. E lì ci sarà posto anche per lui, il partigiano che non ha mai smesso di battersi per passione.

 

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