Addio a Gigi Rapini, il primo grande pivot italiano

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Gigi Rapini (archivio famiglia Rapini)
Gigi Rapini (archivio famiglia Rapini)

Cinque scudetti in dodici stagioni alla Virtus. Aveva 89 anni

di Marco Tarozzi

C’era, nella stagione del primo scudetto bianconero. E nelle tre successive, campione d’Italia ininterrottamente dal 1946 al 1949. E ancora nel 1955, per prendersi uno degli ultimi tricolori conquistati avendo come “casa” la leggendaria Sala Borsa, con le piastrelle che confondevano chiunque arrivasse da fuori.

Gigi Rapini, che ci ha lasciati ieri all’età di 89 anni (era nato, bolognese e virtussino doc, il 21 luglio 1924) è stato tra quelli che hanno iniziato a scrivere la gloriosa storia bianconera mettendo i primi mattoni, la firma dulle prime stagioni indimenticabili.

Era un figlio della palestra di Santa Lucia, dove la “palla a canestro” aveva trovato linfa e talenti da crescere. Gigi era uno di loro: a tredici anni già pesava ottanta chili, si muoveva un po’ sgraziato ma aveva un senso del canestro incredibile. Gli mancava il fisico, ma a quello provvide una di quelle incredibili crescite adolescenziali che in una sola estate gli regalò 15 centimetri, portandolo a un metro e novanta. A quel punto, gli si apriva davanti una carriera da “pivot”, anche se il ruolo fin lì non era mai stato ben definito. Lui lo studiò, persino davanti allo specchio, migliorò giorno dopo giorno carpendo segreti ai migliori nel ruolo, come raccontò nel libro “I canestri della Sala Borsa”, edito nel 2004 per Minerva Edizioni:

“Noi andavamo in campo con poche regole precise: c’era il centro, due ali e due difensori. C’erano alcuni fondamentali, ma li eseguivamo senza conoscerli. Per dire: Marinelli arrivava sotto canestro e sui tiri sbagliati degli avversari smanacciava il pallone fuori riaprendo l’azione. Non sapevamo nemmeno si chiamassero rimbalzi… Io, comunque, sono sempre stato curioso di tutto. Ricordo un torneo di Natale a Nizza in cui giocai ancora contro i francesi. Vedevo Goeuliot che, servito da Buffières, faceva una mezza giravolta. Noi si tirava sempre faccia a canestro, all’epoca. Tornato a casa, cominciai a provare quei movimenti spalle a canestro davanti allo specchio. Dopo un po’ iniziai a metterli in pratica al campo della Virtus. Con quegli accorgimenti avevo due opzioni in più: il sottomano, che gli avversari capirono molto in fretta, e il gancio, che in Italia è nato con me. Molti dicono che io sia stato il primo pivot puro della nostra pallacanestro. Di sicuro credo di essere stato il primo ad andare sotto canestro, dove prima non andava nessuno se non in contropiede. Quella scelta cambiò molte cose, perché costrinse le difese ad attrezzarsi e a entrare”.

Insomma, parlare di Gigi Rapini è raccontare del primo grande centro dell’era moderna della nostra pallacanestro. Un talento capace di collezionare anche 33 presenze (con 134 punti) in Nazionale, partecipando anche a due Olimpiadi, Londra 1948 ed Helsinki 1952. Ma è anche offrire un pezzo di storia bianconera, e il ritratto di un grande uomo, dai tratti nobili e dai comportamenti mai fuori dalle righe. Uno che ha imparato un’arte inventando da sé teoria e pratica, per poi tramandarla alle generazioni successive. E soprattutto una di quelle bandiere inimitabili che non esistono più, capace di tenersi addosso la canotta bianconera per dodici lunghe stagioni, prima di andare a chiudere la carriera al Gira.

Di lui, tutte le volte che abbiamo avuto modo di incontrarlo e ascoltarlo, ci colpiva la capacità di raccontare senza abbandonarsi alla nostalgia, la visione ancora moderna della pallacanestro. E l’ironia distaccata con cui sapeva condire le sue storie di basket.

“Certo che era davvero un altro mondo. Dopo il primo scudetto, quando battemmo in finale la Reyer a Viareggio, il premio fu un bagno in mare. Si lavorava tutti, e si viaggiava coi ritmi di allora. Se andavamo a giocare a Trieste tornavamo alle cinque del mattino a Bologna, e io alle otto e mezza ero già nel mio ufficio in banca. Quando mi convocarono per l’Olimpiade di Helsinki presi l’aspettativa col blocco dello stipendio, e conseguentemente della carriera. Le cose iniziarono a cambiare quando Zambonelli portò a Bologna Tracuzzi. Con lui iniziò il professionismo. Prima giravano quattro soldi: prendeva qualcosa Marinelli, forse anche Arnuzzi. Per il resto, la società ti trovava un lavoro ed era festa. Tracuzzi è stato un innovatore, e anche lo spartiacque tra due Virtus. Io ero già maturo, e per questo non fu semplice capirci. Organizzò una squadra in cui partivo dalla panchina. Fu la nascita di un nuovo gruppo: il nostro, che faceva della coesione la sua forza, finì lì. Me ne andai al Gira, ma abbandonare la Virtus fu difficile. E’ stata la mia casa, ancora adesso mi sento quella V nera cucita addosso. E quei giorni in Sala Borsa li ho ancora tutti qui, vivi e colorati nella memoria”.

Questo era Gigi Rapini. Era un altro basket, certo. Ma era, ed è, la storia della Virtus e della pallacanestro italiana. Dove lui ha un posto da protagonista.

 

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