Tumburus, un altro pezzo di storia rossoblù se ne va

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TUMBURUS

Protagonista dello scudetto del 1964, collezionò 227 presenze in rossoblù Con Janich una coppia di difensori di granito. Fu quattro volte azzurro

di Marco Tarozzi

L’uscita di scena, da giocatore, racconta bene il carattere di Paride Tumburus, il quinto eroe dello scudetto rossoblù del 1964 che se ne va. Era il 1971, Paride aveva lasciato il Bologna da tre anni e dal Vicenza era finito in comproprietà al Rovereto, in serie C. Quando si trattò di andare alle buste, visse sulla sua pelle il mutamento che stava subendo il mondo del pallone, sempre meno romantico e sempre più teso a considerare il gioco un business, e i giocatori pedine di scambio. Vicenza e Rovereto giocarono al ribasso, e il Lanerossi si aggiudicò il giocatore per 175 lire, più o meno la cifra necessaria ad acquistare un litro e mezzo di benzina. Allora fu lui a dire “no, grazie”. Lui, che aveva vinto lo scudetto dei sogni bolognesi e vestito la maglia azzurra. E appese le scarpe da calcio al chiodo, scegliendo la carriera di allenatore. Con dignità, e con rispetto nei confronti di un mondo che non ne stava dimostrando nei suoi.

Negri, Furlanis, Pavinato, Tumburus, Janich… inziava così, quella formazione che sarebbe diventata una cantilena da mandare a memoria, per chi ha avuto ed ha nel cuore il Bologna. Paride Tumburus era uno dei “furlàn” che lo arricchivano, insieme a Janich, Pascutti, Cimpiel. Era arrivato da Aquileia nel 1959, a vent’anni, e presto si era guadagnato un posto fisso in una squadra che andava a riprendersi, stagione dopo stagione, un posto tra le prime della classe, dopo anni vissuti sottotraccia. Lo avevano allevato nel ruolo di mediano, ma a Bologna si propose come centrale difensivo, e non mollò più la maglia da titolare. Lui e Janich divennero una coppia di granito: Paride si incollava sulla punta più pericolosa degli avversari, Franco manovrava da libero. C’era intesa, tra gente della stessa terra e della stessa scorza. Con la Nazionale Olimpica prese parte ai Giochi di Roma nel 1960, con quella maggiore partecipò alla spedizione mondiale in Cile nel ’62, e collezionò quattro gettoni di presenza in tutto, prima di lasciare il posto ad Aristide Guarneri.

Nell’anno della gloria, fu anche vittima del complotto che tentò di tagliare le gambe al Bologna: la montatura del doping, che chiamò in causa lui, Fogli, Perani, Pascutti e Pavinato, e finì in niente, come doveva essere. Lo scudetto fu l’apice di una carriera rossoblù nella quale trovò spazio anche la Mitropa Cup del 1961: in tutto, 227 presenze e quattro reti. In nove stagioni bolognesi, prima di prendere la strada di Vicenza e infine tornare nel suo amato Friuli.

Paride Tumburus è uscito di scena il 23 ottobre, vigilia della data di nascita di Giacomo Bulgarelli (a cui oggi viene intitolato il giardino tra via Andrea Costa e via della Certosa). Raggiunge Giacomino e Nielsen, Haller e Furlanis, e quel Bologna da sogno perde un altro pezzo pregiato. Calciatore prezioso, uomo di poche parole e dalla schiena dritta. Che volò alto in rossoblù e più tardi non si fece umiliare da un calcio che non gli assomigliava più.

 

 

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