Emilbanca

Testo e foto di Enrico Pasini

 

La risacca del mare mi aveva svegliato per una settimana dopo lunghe rilassanti notti dormite senza sosta. La camminata sulla spiaggia, quei tre chilometri andata e ritorno poco dopo l’alba e qualche tuffo fatto fare ai bambini, su e giù dal fondo fino a farli tuffare, come a simulare un po’ di pressa, erano stati gli unici sforzi fisici che avevo fatto. Il resto del tempo disteso in spiaggia, libri divorati come grigliate, mentre il sole abbrustoliva la mia pelle e trasformandomi in un pannello solare accumulava energia per l’autunno a venire. Poi stravizi ma ben spesi, una birra o uno spritz come aperitivo, mentre il mare e il cielo si tingevano di rosso con il tramonto alle spalle che preparava una nuova notte. E una volta a casa la conferma che ero stato bravo prendendo solo qualche etto rispetto a quando ero partito.

La bicicletta al sicuro in casa a godersi anche lei un po’ di meritato riposo, in attesa di essere caricata in macchina e portata un po’ in montagna, alla mia montagna, pronta a scalare le calde salite tosco-emiliane.

Ritorno in sella la prima mattina arrivato a LaCà, dopo la colazione all’alba guardando gli uccellini svegliarsi e darsi il buongiorno. L’aria fresca che si alza insieme al sole che spunta tra il Serretto e il Belvedere, tra le foglie di un vecchio pero che non ha più la forza di fruttare, ma che fa ombra alla strada polverosa.

Prendo la strada sterrata davanti a casa e mi avvio verso LaCà. Ottocento metri in salita, la fermata alla fontana in paese a riempire le borracce prima della lunga discesa.

 

 

Questo piccolo paese, ultimo prima delle piste del comprensorio sciistico del Corno Alle Scale, è per me inizio e fine dei miei giri qui in Appennino. Un inizio all’otto percento e un arrivo comunque, da dovunque salga, dal modenese o dal bolognese dopo aver assaggiato le strade toscane, che mi riserva diciotto chilometri all’insù e 500 metri di dislivello. È un aspetto che devo tenere a mente sempre, ed è un aspetto che spesso dimentico.

Alcune signore annaffiato le piante della piccola chiesina, i due negozi del paese hanno ancora le serrande abbassate, sono passate da poco le sette e in discesa il fresco dell’appennino sveglia le ultime resistenze del mio corpo.

Sestola mi appare a fine discesa, lassù in alto, appena baciata dal sole, si sta svegliando e quando arrivo in cima, dopo gli otto chilometri pedalabili da Fanano, il paese è già sveglio con l’odore di caffè e paste calde che escono dai bar e invadono le miei narici.

Lo attraverso senza farmi indurre in tentazione, mi butto in discesa verso Roncoscaglia e dopo un chilometro di piccola ascesa verso Acquaria mi ributto in discesa verso lo Scoltenna, dove subito dopo il ponte svolto a sinistra e comincio a salire per Vaglio.

Da qui per me comincia un’avventura, strade mai fatte, studiate la sera prima attraverso Google Maps. La salita verso Vaglio parte subito facendo capire che anche se non voglio spingere, (anche perché non ho molto da spingere), comunque lo farò. Tre chilometri al sette per cento di media, quasi otto, una media abbassata solo dai piccoli pianori tra uno scalone e l’altro.

In cima al paesino sono sulla provinciale, scendendo riporta sulla Scoltenna e alla galleria che taglia il monte per arrivare a RioLunato, in salita invece porta a Lama Mocogno sulla Statale 12. Google Maps mi consiglia di scendere qualche chilometro e quasi in valle risalire da SassoStorno. Come un sesto senso, senza pensarci troppo, decido di salire e tenere l’indicazione valida come ritorno, da fare in discesa.

La Ss 12 è la statale dell’Abetone e del Brennero, parte da Pisa e arriva a Vipiteno, là dove una volta c’era la dogana per entrare in Austria. Nel mezzo del suo lungo percorso attraversa l’Appennino Modenese.

Salendo verso Barigazzo capisco che il giro pensato per ricominciare non sarà così soft come lo avevo preventivato.

Devo arrivare a Serpiamo e qui svoltare a destra verso il Passo CentoCroci.

Salgo, continuo a salire, fino a Barigazzo la strada sale, dolce ma sempre in pendenza costante, poi finalmente comincia a scendere, ma questo improvviso riposo mi distrae e poco dopo un cantiere, guardando la valle che si fa sempre più vicina, mi fermo e apro Google Maps.

Ho superato già da due chilometri l’incrocio, non posso fare altro che girare la bici e cominciare a salire. Una distrazione non certo piacevole e anche abbastanza stupida visto che quando arrivo all’incrocio i cartelli sono ben visibili ed è veramente difficile non vederli. Eppure io ci sono riuscito.

Svolto a sinistra e prendo per il Passo Cento Croci.

Era qualche anno che volevo arrivare lassù dove la strada asfaltata taglia in due Via Vandelli, un’antica via che collegava Modena con Massa Carrara, voluta nel 1700 dal Duca di Modena e che serviva per commercio ma anche a scopi Militari e che non toccava mai il territorio Pontificio.

Una volta unito tutto lo Stivale nel neonato Stato italiano la via perse interesse, fino a non essere più utilizzata dopo la costruzione dell’attuale statale del Brennero.

Arrivare in cima al Passo CentoCroci dal bivio non è lunga, solo tre chilometri intervallati in due tronconi. Il primo pezzo più agile di un chilometro poco più che finisce con una leggera discesa.

Avere una discesa nel mezzo di una salita, seppur corta non è mai buon presagio. Infatti la seconda metà della salita è molto più ripida e alcuni tornanti richiedono parecchia concentrazione e forza di volontà per esser percorsi.

In cima una cappellina saluta i pellegrini, ora bikers, che in Mtb percorrono la via Vandelli, ripristinata ormai per turismo, e un cartello avverte che sono arrivato in cima al Passo.

È una strada stretta, che guarda l’Appennino Settentrionale Modenese, con il Cimone che appare e scompare ad ogni tornante, maestoso come sempre.

Può essere considerata una salita semplice, come ce ne sono tante, eppure in cima il silenzio e un’aria dolce che ogni tanto accarezza il mio viso provato, rendono questa cima solenne, una solennità da rispettare per la storia che nei secoli l’ha percorsa e ha unito il nostro paese.

Per ritornare verso il Corno Alle Scale scendo dalla stessa strada e riprendo verso Lama Mocogno, la statale del Brennero. Devo percorrere qualche chilometro, poi devo svoltare a destra verso SassoStorno. La paura di fare come per il PassoCentoCroci è tanta, ma all’andata avevo visto l’incrocio e ora rimango più concentrato avendo poi già pedalato su quella strada non mi distraggo ad ammirare il panorama e i suoi accessori.

Normalmente non mi piace tornare da dove sono venuto, ma per essere la prima volta che ho raggiunto il Passo va benissimo così, anche se la mia mente ha già disegnato il giro che prima o poi farò per arrivare al CentoCroci.

L’incrocio arriva dopo qualche chilometro di salita e pochi metri di discesa, la strada è stretta e scende ripida ma poco veloce, tecnica, piena di curve e anche avvallamenti. Quando risalivo sulla statale del Brennero guardavo giù e mi chiedevo quanto potesse essere ripida quella discesa che secondo Google Maps avrei dovuto fare in salita. Lo Scoltenna era là, apparentemente vicino, ma così piccolo da far sembrare il tutto un plastico perfettamente riuscito.

Attraverso SassoStorno senza praticamente accorgermene, un piccolo strappetto, quattro case in sasso splendide e i cartelli della festa della Birra il weekend successivo. Finito il paese, il borgo, le quattro splendide case, la strada si ributta verso il fiume, un senso di vertigine mi assale e comincio a stringere i freni come ad abbracciarli forte per sentirmi sicuro. I dischi della Scott Foil dopo poco cominciano a piangere, un pianto stonato che mi vibra addosso allentando la presa delle mani su quelle leve che soffocavano sotto la mia presa. Avrei dovuta farla in salita. Se l’avessi fatta non sarei tornato a casa, verso LaCà che dalla fine di quella discesa mi appare ancora tanto lontana.

Montecreto da prima della Galleria non l’avevo mai fatta, salgo sicuro ma molto accaldato, la salita tira, le case dopo un chilometro appaiono davanti ai miei occhi e fanno capire che quel tirare sarebbe finito solo in paese.

Roncoscaglia passato veloce, una sosta veloce prima di Sestola per riempire la borraccia e la dolce e mai desiderata tanto picchiata verso Fanano.

Quei chilometri prima dell’inizio della Masera servono giusto per riattivare la circolazione con la salita verso la Masera a mezzogiorno e mezzo, quel caldo che non è troppo cattivo ma appare sempre cosi asfissiante a salire verso RoccaCorneta.

Dalla Masera ancora qualche chilometro tutto in salita, prima dolcemente verso Vidiciatico e poi pungente nei due chilometri verso LaCà.

Tornato alla mia montagna le gambe a scendere le scale mi ricordano che avrei dovuto fare un giro soft e così non era stato. 121 chilometri e 2800 metri di dislivello le mie gambe non lo considerano un giro soft. Guardo il mio giro su Strava comunque soddisfatto, chiedendomi quando andrò mai a fare SassoStorno in salita.

Perché un giorno ci andrò, perché noi ciclisti siamo così, sembra pazzia ma in realtà è solo coerenza.

Non si può fare una discesa senza mai farla in salita.

 

 

 

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