CICLOTURISMO: “I Muri della Valsamoggia” -3

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Il “Muro” di Zappolino

 

Pedalo verso Fagnano tranquillo, non posso godermi il panorama perché la nebbia è fitta e niente lascia filtrare alla vista, in molti probabilmente non sono usciti neanche di casa ma io mi godo anche questo meteo, un meteo che fa autunno, che sarà triste, scomodo e freddo, ma che è di casa nell’ultimo weekend di Novembre.

Attraverso il Samoggia che placido continua a scavare il suo letto nei secoli e comincio l’ottavo muro, Zappolino.

Da qui inizia una serie di tre muri poco muri, salitelle che permettono alla gamba di rilassarsi un pochino e di non rimanere in perenne tensione.

Salgo verso quella che molti definiscono la palestra ideale per tutti i ciclisti e che io definisco semplicemente casa. Un chilometro secco a quasi il sei cento, poca roba ma che comunque aumenta il dislivello.

Zappolino è terra di ciclisti come la definisce anche una scritta a terra, è terra di storia, di castelli crollati e di chiese abbandonate. La Chiesa che domina il colle si intravede appena all’albero 2000, io arrivo in cima tranquillo e svolto verso destra scendendo alla Bersagliera.

Zappolino in un’ipotetica cicloturistica è il bivio perfetto per dividere i percorsi, corto, medio, lungo, un po’ come succede alla Granfondo Dieci Colli di Bologna.

Arrivo alla Bersagliera e proseguo verso Castelletto.

Il nono Muro è un muretto, il Muretto la Ziribega, uno strappo completo di un chilometro e mezzo a neanche il 3%, con un tratto di trecento metri che porta nel centro abitato al 6%. Sembra poca cosa ma nella mia breve permanenza a Castelletto ho scoperto che questo muretto a fine giro può fare veramente male e messo anche a metà di un giro come questo ha il suo perché.

Scendo verso Castelletto, lo circumnavigo dalla sua tangenziale e scendo verso Mercatello, attraversato il Rio Orsello svolto a destra e torno a Castelletto scalando il decimo muro, anche questo poca cosa, un vero sparo deciso se lo si vuole affrontare con cattiveria, il Muro dei Carabinieri, 260 metri a esse al 3% ma con le due controcurve vicine al dieci.

Attraverso il paese, il terzo vecchio comune attraversato, e torno verso Mercatello, passo nuovamente il Rio Orsello e questa volta giro a sinistra, direzione via Farnè.

 

Il Muro di Via Farnè è l’undicesimo muro, un muro fatto a scale molto alte, una salita vera di quattro chilometri al 4,5 %, intervallata da una discesa, con la prima parte più ripida di un chilometro e sette all’otto per cento.

Via Farnè taglia la collina in due e fa da crinale, da una parte il Castello di Serravalle, dall’altra i Boschi di Ciano, da una parte Bologna, dall’altra Modena. Attraversa i campi e le vigne della Tenuta la Riva e sale fin su dove le pecore tengono i campi puliti e vecchi mezzi di lavoro ricordano quanto è dura e bassa la terra da lavorare. Sembra di essere in un altro mondo, in un’altra epoca, anche con il sole, il silenzio buio della fitta nebbia esalta ancor più questa sensazione unendola ad un grande senso di pace.

Arrivo sulla strada che sale verso Guiglia e verso la montagna modenese e scendo verso il Castello. Rimane lì sulla destra, nascosto tra le nebbia, lo cerco, lo scruto quasi timoroso, lo passo e scendo nuovamente verso Mercatello senza però arrivarci, perché, poche centinaia di metri prima, svolto in via Rio Marzatore.

Non lo inserisco tra i muri questo strappo che fa da trampolino ad una lunga e intricata discesa, ma forse sbaglio. Le gambe fredde, dopo la discesa, dolgono e fanno sentire i loro morsi. Cerco di sopportarli e mi butto verso la Tagliolina e poi verso Formica.

Stanno per arrivare i muri più duri. Monte Morello e il Pignoletto mi aspettano. E ci sarà da ubriacarsi.

Alla prossima puntata.

 

Foto di Enrico Pasini

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