Quando si parla di certe attività, sport, culturali ed altro, è necessario fare una scorsa nel passato per
meglio capire il presente e l’eventuale futuro . Facciamo mente locale sullo sci . Questa era, sino a metà
degli anni 50 del secolo scorso, quasi una prerogativa chi abitava in alta montagna o di chi , disponendo di
mezzi economici fra i quali un’automobile, poteva permettersi di recarsi in quelle località ove erano
presenti, assieme alla neve, impianti di risalita atti a consentire la pratica dello sci da discesa . In
Appennino, parlo dell’Alto Appennino Tosco-emiliano, la località già adeguata a tali sport era l’Abetone .
Non fu casuale la figura di Zeno Colò , Celina Seghi ed altri campioni dello sci . Raggiungere tale località
era possibile solo o con i pullman della neve o con auto privata . Una notevole limitazione considerando
anche i tempi per raggiungere l’Abetone partendo, tanto per esemplificare, da Bologna . Nel 1953, un
imprenditore di Bologna, Vittorio Cappelli, impostò la prima sciovia al Corno alle Scale . La cosa venne
in concomitanza con il boom della motorizzazione in Italia . Quelle classi subalterne quali, operai,
impiegati, artigiani ed altri che sino ad allora non avevano avuto la possibilità di disporre di un mezzo di
trasporto autonomo, ebbero la capacità di disporre di una modesta utilitaria, 500 o 600 di allora, in grado
di trasportare l’intera famiglia in luoghi sino ad allora prerogativa dei “signori” . Lo sci, come l’usufruire
di impianti di trasporto quali seggiovie ed altro, fecero da fulcro per una classazione delle persone,
specialmente giovani, nella società . In quei tempi, sino a fine anni 60, inizio anni 70 , chi , fra i giovani,
non praticava lo sci era un po’ “Out” , insomma lo sci aveva assunto l’immagine di un Imperativo
Categorico Sociale. Le piste furono invase da tante persone che “Ruzzolavano” a valle, non sciavano e
che furono definite “I Cannibali delle nevi” . Ma dire, dinnanzi a fanciulle e coetanei :”Sono stato a
sciare”, elevava il livello del soggetto . In concomitanza vi era il possesso di un’auto e della necessaria
attrezzatura per tale sport, oltre ai dovuti riscontri economici . Oltre a questo aspetto ve ne era uno che
potremmo definire “psicologico” . Uscire dalla città per immergersi in un mondo fiabesco completamente
ricoperto da metri di neve aveva, indubbiamente, un suo risvolto psicologico . E, poi, per chi aveva
dimestichezza con tale sport, era possibile effettuare tragitti da lasciare a bocca aperta amici ed amiche .
Ne cito alcune facendo centro sul Corno alle Scale : scendere dalla cima del Corno, sci ai piedi, sino a
Porretta ; oppure scendere al Passo del Cancellino e poi sino a Pianaccio ; più normalmente scendere al
Passo dello Strofinatoio scendendo lungo la Val di Gorgo sin quasi alle cascate della Dardagna ed altre
ancora . Questi tragitti erano fattibili grazie ai metri di neve che erano scesi dal cielo per le condizioni
meteo di allora . Ovviamente gli impianti di risalita si moltiplicarono dovendo accogliere una folla sempre
più numerosa di appassionati . A Bologna sorsero, vado a memoria, dai cinque a sei sci club . Pian piano
però l’Imperativo Categorico Sociale incominciò a perdere il suo smalto . La motorizzazione di massa
aveva contribuito a far perdere quell’immagine di attività esclusiva allo sci ed anche alla frequentazione
degli impianti a fune nel periodo estivo : seggiovie, funivie ed altro . Erano diventate attività alla portata
di tutti e non solo dei “signori” . Gli anni 80 ed inizio anni 90 furono anni di stallo, il pubblico sciatorio
iniziò a diminuire in concomitanza all’effetto di due fenomeni di cui uno di importanza mondiale e l’altro
, conseguentemente, di importanza psicologica . La Crisi Climatica aveva iniziato, e da anni, a mostrare i
suoi effetti . Le nevicate erano diventate di minor spessore, più casuali e presenti a quote sempre più
elevate . Per compensare questo handicap si ricorse ai cannoni sparaneve . Le discese fuori pista
divennero sempre più impossibili per la mancanza di un manto nevoso sufficiente . E poi, pian piano,
come evidenziato da alcuni studiosi sociali, il fascino delle montagne imbiancate tendeva a dileguarsi .
Trovarsi in un ambiente nel quale il panorama era sempre più quello di erba secca e di distese sassose, a
parte i toboga di neve sparata, non fungeva certo di richiamo . E qui, come detto da altri studiosi, lo sci si
stava trasformando in una attività di Sali-scendi . Ovvero salire con mezzi a fune per scendere nel toboga
di neve sparata quasi ininterrottamente . Ed infatti hanno iniziato a comparire, e a diffondersi, piste di
plastica sulle quali scendere indipendentemente dallo loro localizzazione . Lo sci , in questi casi, ha
cambiato volto : da sport da praticarsi su montagne innevate ad attività atletica su pendio in qual si voglia
posto purché vi sia una superficie adatta agli sci . La cosa, nel suo complesso, avrebbe dovuto essere ben
presente, solo se si fosse posto l’occhio sui lavori di centri di studio di climatologia, dati statistici ISTAT o
di altro centro di ricerca e di Università . Purtroppo non è stato così, spesso ci si è cullati nella illusione di
fatti momentanei, occasionali che a breve sarebbero stati cancellati da eventi meteo da anni 50-60 del
secolo scorso . In concomitanza, molti enti pubblici non hanno trovato di meglio che investire, o far
investire, somme enormi in impianti di risalita in luoghi che, ad una attenta analisi, non avrebbero avuto
vita lunga per lo sci tradizionale su neve . Ma si sa , la sirena degli appalti ha una voce estremamente
suadente ! A questo punto diamo uno sguardo, se possibile, al futuro . Le località, comuni, comprensori ed
altro che avevano nello sci una certa entrata economica, dovranno esaminare attentamente quali altre
risorse saranno da potenziare . Una approfondita analisi del patrimonio storico, culturale ed ambientale da
sfruttare e pubblicizzare sarà doveroso. Un potenziamento delle attività artigianali con le dovute
facilitazioni per chi opera in luoghi marginali . Una collocazione, dove possibile, di impianti di discesa di
plastica per quella frangia turistica amante del sali-scendi . Un riesame del patrimonio gastronomico
storico da proporre . Sono varie le voci da considerare e assai diverse da luogo a luogo, ma è
indubbiamente necessaria una solida ed approfondita conoscenza di tutto ciò che fa parte del patrimonio
locale . Un’ultima osservazione . Se il bacino turistico della montagna è quello di città o comprensori
lontani da rilievi montuosi , e l’altitudine consente ancora una certa nevosità invernale e temperature in
grado di far funzionare i cannoni sparaneve, il comparto sciatorio potrà fornire ancora un certo apporto
economico da unire, però , a quel patrimonio storico, culturale ed ambientale che ho accennato . Nel caso
invece che ci si trovasse a quote e luoghi nei quali le prospettive del mantenimento del comparto sciatorio
sia dubbio o negativo, sarebbe meglio dirottare le proprie energie verso forme di turismo e di sport
alternative . Tempo fa accennai ad una particolarità della città di Bologna . Questa città è circondata a sud,
a pochi minuti dal centro, da rilievi collinari che superano i 400-500 metri con ampie zone di prati
dismessi dalla agricoltura . Se qualche potentato economico decidesse, in connubio con potentati politici,
sempre necessari, siamo in Italia, di impiantare qui una o più piste di plastica con i doverosi impianti di
risalita, assieme a ristorante, bar, siti di musica dal vivo, balere ed altro , è mia opinione che avrebbe un
ritorno economico da non sottovalutare . A pensarci bene, gli appassionati di sali-scendi sciatori quale
ragione avrebbero di fare un viaggio di circa sei ore fra andata e ritorno per fare le stesse cose a poche
decine di minuti da casa ? Non solo, ma contemporaneamente avrebbero una struttura di accoglimento e
divertimento in connubio . In vari paesi alpini da tempo non danno più permessi per impianti di risalita
sotto ai m 2.500 . Quindi ? Quelle località in Appennino Tosco-emiliano che per decenni hanno fatto i
conti economici facendo riferimento anche al comparto sciatorio, penso sia opportuno che inizino a
valutare altre opportunità turistiche e, non secondario, l’enorme patrimonio storico, culturale ed
ambientale sino ad oggi snobbato o sottovalutato . Si tratta di un capitale di alcune migliaia di anni
lasciatoci da diversi popoli e culture che all’estero ci invidiano .

