E’ una domanda che mi sono posto molto spesso, negli ultimi tempi. Ho sempre pensato che compito dell’arte, in qualsiasi sua forma, non sia soltanto quello di emozionare in positivo o in negativo, ma anche e soprattutto fornire gli spunti per importanti riflessioni che possano aiutare a scoprire la propria identità, anche negli aspetti più scomodi.
Ho sempre ritenuto che il cinema sia l’espressione artistica più immediata e soprattutto più democratica, che non bada al colore della pelle, alla classe sociale a cui si appartiene, al tipo di religione, ecc…
Come tale, ho sempre ritenuto responsabilità di chi fa cinema, raccontare gli aspetti più nascosti, controversi e realistici della realtà del tempo e della società che si stratifica con il tempo, l’evoluzione della tecnologia e dell’essere umano stesso.
Per tanto tempo, e le prove sono ancora evidenti, la Settima Arte ha raccontato la cosiddetta verità del mondo, approfondendo temi importanti e presenti nella vita di ciascuno di noi, affondando le unghie nella politica, nell’economia ed in tutte quelle cose che si ripercuotono nella vita di tutti i giorni, spesso evidenziando problematiche che hanno dato il via a polemiche importanti e che, non di rado, hanno portato gli stessi film che le veicolavano a grossi problemi di censura.
Ma la verità da raccontare è sempre stata il fulcro che ha spinto tantissimi registi, sceneggiatori e produttori, oltre al comprensibile obiettivo di incasso, a realizzare opere sulle quali prima riflettere e poi discuterne, proprio per avere una maggiore consapevolezza del singolo in primis e della collettività subito dopo, al fine di perseguire il fondamentale significato di comunità.
Basti pensare a nomi come Elio Petri, Mario Monicelli, Ettore Scola, Pietro Germi e tanti altri. Ciascuno, utilizzando il proprio stile ed il genere filmico più avvezzo, ha saputo raccontare un’Italia sincera, cattiva, impegnata, fatta di particolari sotto gli occhi di tutti, ma altri nascosti nel sottobosco, spesso sviscerandoli con cinico umorismo e satira pungente.
Ma io mi domando: oggi è ancora così? Il cinema italiano moderno veicola sempre questo importante messaggio? Forse, la risposta è positiva e negativa al tempo stesso.
In un’epoca moderna come quella attuale, in cui l’apparenza è ormai il “valore” preponderante, così come la condivisione di nostre false identità tramite lo sconsiderato utilizzo dei social, che hanno portato ad un grave sistema di alienazione del quale si potrebbe parlare tantissimo, ma in altra sede e in un’epoca dove il fenomeno Checco Zalone porta la gente a riempire sale che, sempre più spesso risultano poco frequentate, a vantaggio della saturazione dello streaming, ecco che le considerazioni vengono spontanee ma mai scontate.
Personaggi (non attori) come Zalone o anche il recente fenomeno Angelo Duro, raccontano veramente la nostra società? Sono davvero lo specchio di quello che siamo diventati nel tempo, tra cattiveria, cinismo e facile buonismo che nasconde invece un egoismo e un ego ormai fuori controllo?
Tristemente, la risposta potrebbe essere sì.
Incassi spropositati, come quello di Buen Camino e di altri film molto facili, rispecchiano egregiamente la superficialità di questo mondo odierno e di un’Italia che preferisce farsi una risata, staccando il cervello per quell’ora e mezza (ma io direi più anestetizzandolo), pensando che i personaggi che sono su grande schermo e sciorinano gag a ripetizione, siano veri e propri provocatori, quando palesemente non esiste alcuna forma di provocazione, ma è solamente il modo in cui si vuole condurre lo spettatore e il popolo in generale ad un tipo di intrattenimento solamente superficiale, che si ferma solo sul mero guscio e non porta ad alcuna riflessione tantomeno critica alcun aspetto, e ce ne sarebbero tanti da criticare, sulla società odierna e sul potere di potersi fare un profondo esame di coscienza.
Nel cinema di oggi, si pensa erroneamente che l’intrattenimento porti a coccolare il pubblico italiano, proteggendolo ed evitandogli di affrontare problemi e preoccupazioni che diventano sempre più grandi e incontrollati: la cronaca odierna è la prova di tutto ciò.
Il cinema italiano (non allargo il discorso a quello mondiale, per il quale non possiedo le competenze necessarie) ha ormai lasciato da parte qualunque aspetto artistico, salvo rare eccezioni che, quasi sempre però non hanno mai una distribuzione decente nelle sale e quindi non hanno modo di raggiungere le menti che avrebbero ancora voglia di grandi stimoli.
Quindi sì…il cinema odierno è verità, in questo senso. È l’espressione della perdita di qualsiasi profondità e senso di empatia della vita di tutti i giorni, nella quale l’egocentrismo domina. Allo stesso tempo, il cinema italiano evita di raccontare la verità, i problemi sui quali riflettere prima che sia troppo tardi e il senso di perdita di identità singola e collettiva sempre più marcato, ma forse anche perché è il pubblico stesso che non vuole più sentirsi raccontare questa verità e non accetta a guardarsi dentro e giudicarsi, preferendo ridere senza nemmeno capirne bene i motivi e rifugiandosi in quella bolla di inutile e fragile sicurezza, nella quale si è destinati, prima o poi, a soffocare…ma sempre con il sorriso e vittime di una ignoranza indotta da noi stessi.
Eppure…aprire gli occhi mentre si assiste alla visione di un film sarebbe il requisito principale che il cinema, quello vero, onesto, arrabbiato e appassionato…il cinema che tiene conto dello spettatore, dovrebbe fare.
- nella foto Checco Zalone nel film “Buen camino”

