Legittime domande

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Stamane ho letto un articolo facente riferimento alla zona del Corno alle Scale con l’intervento di Edoardo Ferrara, meteorologo, e di Sergio Polmonari, sindaco di Lizzano in Belvedere. I dati dicono che le giornate di neve sul Corno alle Scale non sono diminuite. Vi è qualcosa, però, che non mi torna. Sono andato indietro con la memoria, ho 82 anni di cui gran parte trascorsi nel comprensorio del Corno sia per lavoro che per escursionismo, sci alpinismo ed alpinismo in senso stretto ed inoltre ho un cospicuo numero di foto, in gran parte diapositive, fatte nello spazio di oltre 60 anni. Iniziamo da quello che fu un certo divertimento ed impegno mio e di miei amici nell’arrampicarci, d’inverno, sulle cascate del comprensorio trasformate in vere muraglie di ghiaccio. Da più di 25 anni non è più possibile effettuare detta attività. Le cascate, parlo della Cajuda circa m 30 sopra Pianaccio a quota circa m 900, delle cascate attorno alla Segavecchia da m 15 a m 45 a quota m 1.000 , il sistema di cascate del Causso con una di circa m 60 a quota m 1250, per la ragione che non ghiacciano più. Si badi che per effettuare dette ascensioni in sicurezza necessita che lo spessore del ghiaccio sia consistente e ben ancorato al sottofondo, ovvero che vi sia un certo e lungo periodo con una temperatura sensibilmente sotto lo 0, diciamo da 8 in giù. La foto che vedete è quella della Cajuda di Pianaccio fatta nel periodo natalizio della seconda metà anni 70 .

 

Dette cascate si trovano lungo gli alvei di torrenti perenni della zona. Tengo a precisare che le nostre arrampicate venivano effettuate prevalentemente durante il periodo tra la vigilia di Natale e l’Epifania e poi qualche sabato o domenica tra la seconda metà di gennaio e fine febbraio. Tutti lavoravamo ed il tempo a disposizione era quello dei fine settimana, quando, ovviamente, le condizioni climatiche , ovvero vento, nebbia ed altro lo consentivano. Come mai dette cascate non si trasformano più in muraglie di ghiaccio sicuro ? Questa è una delle domande che rivolgo al sig. Edoardo Ferrara. L’altra riguarda i giorni di copertura nivale. Può anche essere che i giorni di neve sul Corno alle Scale e dintorni non siano diminuiti, ma un conto è la copertura con cm 20-30 ed un altro è avere una copertura superiore al metro o, addirittura, di alcuni metri. Se si osserva il cartello che mostra i vari percorsi sciatori nel comprensorio del Corno, se ne vedono un paio, di notevole lunghezza, che, partendo dalla cima del Corno, scendono nei pressi del rifugio del Sasseto, sotto il passo dello Strofinatoio, per giungere sino alla partenza degli impianti. Sono due percorsi fuori pista entusiasmanti che scorrono lungo depositi morenici wurmiani in un continuo saliscendi. Per essere effettuati, detti percorsi, necessitano di uno spessore nivale piuttosto consistente sia nel “muro” di partenza dalla cima del Corno sino a detto rifugio, sia nel tragitto tra le morene laterali composte di massi, avvallamenti ed altri ostacoli che possono essere affrontati e superati quando di neve ce n’è tanta, diciamo oltre il m 1,5 . Detti fuori pista erano tranquillamente percorsi, da sciatori esperti, dai primi di Dicembre sino a metà Aprile. Per non parlare della pista sul paginone del Corno, pista chiamata impropriamente “Cornaccio”, che dalla cima del Corno scende ad ovest della seggiovia per terminare con un bel muro alla partenza di tale impianto. Non so quanti giorni nella stagione invernale degli ultimi 20 anni, sia possibile affrontare detta pista.

 

Adesso amplio la visuale sciatoria. Negli anni 60-70- e sino al 1986 erano possibili delle escursioni sciistiche a largo raggio che, data la cospicua copertura nivale, si potevano fare dal periodo natalizio sino a metà Marzo. Una consisteva di partire dalla cima del Corno, scendere al passo dello Strofinatoio e poi al passo del Cancellino, risalire alla cima del monte Gennaio, scendere a porta Franca, giungere all’imbocco della strada della forestale e, scendendo lungo detta sterrata, percorrere la valle del Causso sino all’Acciarola, da qui scendere alla Segavecchia e poi a Pianaccio . Un bel po’ di Km di grande soddisfazione. Un’altra era quella che partendo da Rio Rì si risaliva alla piana de I Bagnadori (m 1.250) per giungere al Monte Calvario, scendere alla Segavecchia, risalire il Causso, dirigersi al rifugio della Donna Morta e da lì andare al passo di Monte Cavallo e poi scendere lungo la strada sino a Castelluccio sopra Porretta. Anche qui tanti Km con tanta neve, altrimenti sarebbe stato difficile percorrere tanta strada sci ai piedi. Ve ne erano altri di percorsi plurichilometrici che non cito, mi basta ricordare un fuori pista estremo fatto da mio cugino Paolo Miglianti e dal sottoscritto non meno di 42 anni fa. S trattò di risalire dal Cavone la valle del Silenzio per giungere al Passo del Vallone e quindi scendere, sci ai piedi, giù per Le Naspe , la valle che finisce alla Segavecchia con una pendenza di tutto rispetto, salti di roccia ed altro, tutte difficoltà superabili quando di neve ce ne sono METRI . Vorrei sapere se qualcuno, oggi, potesse mai ripetere detto exploit con le nevicate che abbiamo da decenni in qua. Ed infatti allego altre tre immagini, non sono le migliori ma sono quelle che ho a Bologna, le altre sono a Pianaccio, che mostrano la parte finale de Le Naspe, poco sopra la Segavecchia, alla fine del mese di Luglio fine anni 70 . Come si può vedere una rappresenta i risultati delle valanghe che scaricavano in detta parte est del Corno sradicando alberi di alto fusto, un’altra mostra la bocca di uscita dell’acqua del torrente e dello scioglimento nivale, neve ghiacciata. L’ultima l’ho fatta all’interno della bocca. Si poteva benissimo camminare sulla massa nivale, in tutta sicurezza, essendo questa della compattezza del ghiaccio. Dal momento, come ho scritto, che le mie conoscenze della zona datano da più di 75 anni ed avendo fatto anche il pastore, posso ben dire di avere visto il Corno in tutte le sue vesti, estive, autunnali, invernali e primaverili ma una tale povertà di neve l’ho potuta constatare negli ultimi 35 anni.

Chiudo questo scritto trattando della novella seggiovia che si vorrebbe costruire per giungere al bordo del Lago Scaffaiolo. Innanzi tutto, quando si vanno ad investire milioni fitti in un’opera con danaro pubblico sarebbe opportuno, se la parola Democrazia ha un senso, presentare lavori e studi di organismi al di sopra di ogni sospetto, quali dipartimenti universitari, a Bologna ci sono, che trattino e verifichino alcuni parametri fondamentali quali : ricaduta economica sulle popolazioni interessate, impatto ambientale, costo di mantenimento e tempi di utilizzo, flussi turistici con risvolti nelle infrastrutture del posto ed altro ancora. In caso contrario ci troveremmo sempre in quella tipologia di sperpero del pubblico danaro al di fuori di ogni controllo, vedi traghetti superveloci per la Sardegna (miliardi gettati al vento), Alitalia, Civis a Bologna e tante altre operazioni che potremmo definire “Fabbriche di ruote quadrate” a spese del contribuente. Taluno ha fatto presente che tale novella seggiovia sarebbe il primo passo per costruire il famoso Collegamento Mega Galattico sul crinale in direzione Doganaccia ed Abetone. Un giro di appalti da decine fitte di milioni che necessiterebbero, come ho detto prima, una serie di studi adeguati affinché, intavolando, poi, un dialogo con associazioni e cittadini, si possa dare un senso compiuto alla parola DEMOCRAZIA.

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